Raffaele Schettino

Un virus che somiglia all’uomo

Raffaele Schettino,  

Un virus che somiglia all’uomo

Il pipistrello che ci ha strappato la corazza e che ancora batte le ali della morte sulle nostre teste continua a prendersi i nostri cari senza concedergli nemmeno una carezza compassionevole nell’ora del trapasso. Ci ha piegati. Ci ha svuotati. Quando se ne ritornerà verso le tenebre ci avrà lasciati in ginocchio sopra una montagna di macerie. Eppure, se “Yin e yang” non è soltanto un simbolo sui cartelloni dei cortei, se è qualcosa di più concreto del concetto filosofico cardine del Taoismo nella terra in cui tutto questo è cominciato, allora deve esserci per forza un po’ di bianco contrapposto al nero. 

In effetti, come i sette sigilli spezzati sul papiro dell’Apocalisse, anche il Covid-19 ci ha rivelato il senso della vita di ogni uomo, e ciò che abbiamo visto oltre lo squarcio ci ha scosso, ci ha terrorizzato, e forse, ma questa francamente è una speranza flebile che tuttavia vale la pena coltivare con passione, potrebbe perfino renderci migliori.Già, potrebbe. Perché rispetto a tutte le altre specie viventi che senza di noi son tornate gioiosamente a vivere, l’uomo resta l’unica in grado di peggiorarsi.

Dimentica il dolore. Cancella i sentimenti. Affida troppo facilmente il suo futuro al capo-branco. Baratta in maniera disinvolta i suoi valori. Nel dopo-Spagnola, per esempio, acclamò le dittature e benedisse le guerre. Però nel Taoismo la notte si tramuta sempre in giorno, la luce si alterna alle tenebre, in quello straordinario ciclo che si chiama vita, e allora vale la pena sperare, vale la pena cercare anche nell’uomo quel pezzetto di bianco nel quale seminare il futuro.

Oggi ci chiediamo quando ripartire. Ma soprattutto come, con quali modelli sociali, con quale filosofia economica, con quali ideali. La luce è ancora lontana, e non tanto per quelle ali della morte che si agitano sulle nostre teste, ma perché di risposte serie e concrete non ce ne sono, le idee sono confuse e contrastanti, il confronto ristagna, la democrazia traballa, la solidarietà istituzionale è un miraggio, il concetto di uomo forte aleggia pericolosamente proprio come il pipistrello venuto fuori dalle tenebre.

Eppure, proprio adesso che la vita scorre lenta, proprio adesso che abbiamo compreso l’importanza di un abbraccio e la dolcezza di un bacio, tutto dovrebbe iniziare ad assumere un significato diverso. Il superfluo dovrebbe tornare sullo sfondo, il necessario, invece, dovrebbe avanzare. Dovremmo riscoprire la straordinaria bellezza di due virtù dimenticate: il silenzio e l’ascolto. E in «The sounds of silence», che resta una delle canzoni più belle mai scritte, dovremmo imparare a riflettere. E a proposito di riflessione e di musica, c’è un live del ’79 nel quale «Via del Campo» di Faber è un illuminante inno alla vita. «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori».

Ecco, i fiori sono il futuro, il letame siamo noi. Noi che, per dirla con una frase di Bergoglio, che passerà alla storia come il suo cammino nel deserto di Piazza San Pietro, «pensavamo di poter vivere sani in un mondo malato» e traboccante di disvalori.Forse il Covid-19 non è legato al pipistrello che batte le ali, e certamente non è nato in laboratorio così come sostengono le teorie più o meno strampalate dei complottisti. Forse tornerà, o forse se ne andrà per sempre. Ma c’è senza dubbio un filo, nemmeno tanto sottile, che lo lega all’uomo. Anzi, per molti versi, possiamo considerare l’uno il riflesso dell’altro.  Il virus uccide soprattutto gli anziani, per esempio. Dunque cancella la memoria. E non è questo un processo involutivo che ha avviato l’uomo per primo? Non ha, l’uomo, confinato gli anziani ai margini della vita? Non li ha sfruttati per affidargli il peso insostenibile di un nuovo modello sociale di famiglia pensione-dipendente? Non ha calpestato, l’uomo, la loro saggezza, credendo di poter fare a meno della storia e delle storie? Altro esempio: il virus ha decimato i medici, che sono anche gli unici angeli ai quali è concesso un gesto d’amore mentre la morte s’avvicina al capezzale dei contagiati. Li strema, li piega, li massacra come soldati al fronte mentre lottano a mani nude per salvarci. E non è stato l’uomo a prenderli di mira prima del virus? Non li ha impunemente insultati e massacrati di botte nell’esercizio delle loro funzioni? Non li ha processati e condannati come casta (com’è accaduto anche con tante altre professioni che si esercitano al culmine di un percorso di sacrificio, passione e apprendimento)?E ancora, il virus ci ha isolato.

Ci ha confinato nella solitudine. Gli uni lontani dagli altri. Connessi, d’accordo, ma lontanissimi in questa realtà virtuale che, mettetela come vi pare, resta pur sempre un surrogato di vita, senza profumi, senza sapori, senza emozioni, dove ogni lacrima è uguale all’altra e un sorriso non riuscirà mai ad essere contagioso. Ma non ha iniziato l’uomo ad isolarsi già prima del Covid-19? Non s’è lentamente ritirato nel recinto dell’io, accecato dall’egoismo e dall’egocentrismo? Non ha creato la società dell’io e del costante disinteresse per la condivisione dei sentimenti e delle esperienze?Nemmeno sul concetto di «distanziamento sociale» è arrivato prima il pipistrello uscito dalle tenebre.

Anzi, l’uomo in questo caso è stato un abile costruttore di barriere. L’odio, l’intolleranza, la paura della diversità, e qui l’elenco potrebbe non finire mai. Ha ghettizzato gli ultimi, ha emarginato i deboli, ha urlato «viva i muri» come in un gregge invasato che adora i feticci. Ha creduto, e purtroppo ancora crede, che il distanziamento sociale fosse il paradigma giusto per costruire un futuro migliore. Non c’è dubbio che se il Covid ci ha trovati impreparati dal punto di vista delle strutture sanitarie (un sistema depredato, umiliato e lottizzato dal potere per oltre un quarto di secolo), ci ha trovati preparatissimi sulla cultura delle distanze sociali. Anche se abbiamo capito che è brutto da impazzire essere dall’altra parte, dalla parte degli emarginati, di quelli allontanati e isolati.Ma se è vero che i fiori possono rinascere dal letame, allora vale la pena cullare la speranza di diventare migliori.

Anzi, quella speranza diventa l’unico motivo per provare a rimetterci in piedi, perché se lo facessimo per tornare quelli di prima, allora sarebbe il caso di restare in ginocchio e lasciare il futuro alla natura e alle specie che hanno dimostrato di saper evolversi. Da dove ripartire, allora? Forse semplicemente dalla solidarietà che esplode quando le tragedie ci accomunano e dalla voglia di ritornare comunità. Questo potrebbe essere il nostro piccolo spazio bianco in mezzo al nero, un terreno da arare e seminare per poi attendere i germogli. Se sapremo restare in silenzio ad ascoltare i battiti di una nuova vita allora sì, il nostro riflesso inizierà a farci meno paura, e il gusto di sguazzare nel letame inizierà a sembrarci ciò che è in realtà: un modello di vita orrendo.

 Pian piano, allora, ritroveremo gli strumenti necessari per ricostruire un nuovo patto sociale, un nuovo modello socio-economico, un nuovo modo di programmare il futuro. E guarderemo un’alba nuova nella quale tornerebbero a risplendere valori e non disvalori. La saggezza. L’amore. La passione. La cultura. Il dialogo. La competenza.Solo allora avranno un senso i patimenti di queste settimane, solo allora onoreremo i martiri di questa guerra caduti ad ogni battito d’ali di quel pipistrello che prima o poi ritornerà nelle tenebre

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