Castellammare. Il carcere è poco sicuro, il boss D’Alessandro viene trasferito

Redazione,  

Castellammare. Il carcere è poco sicuro, il boss D’Alessandro viene trasferito

Castellammare. Giovanni D’Alessandro deve essere trasferito. E’ la tesi dell’Antimafia che ha preteso il “trasloco” del boss di Castellammare di Stabia dal penitenziario di Larino, in provincia di Campobasso, a quello di Vigevano in provincia di Pavia. Secondo la Procura della Dda, il carcere lombardo offre maggiori garanzie per la detenzione di un personaggio dello spessore criminale di Giovanni D’Alessandro. Il rampollo di Scanzano, in passato detenuto al 41-bis e poi tornato libero, è riuscito a sfuggire a un blitz, lo scorso 3 giugno, e ai controlli delle forze dell’ordine per quasi due mesi. Un periodo di latitanza interrotto per volontà dello stesso boss del clan di Scanzano, egemone a Castellammare di Stabia, che decise di consegnarsi proprio nel carcere di Larino.Gli investigatori non escludono che dietro quella scelta ci sia stato anche un ragionamento, perché il penitenziario della provincia di Campobasso non è una struttura di massima sicurezza e spesso ospita detenuti finiti in cella per reati minori.Per l’Antimafia Giovanni D’Alessandro, invece, è il boss che per almeno cinque anni (dal 2015 al 2020) ha guidato una delle cosche più potenti della provincia di Napoli: il clan D’Alessandro, appunto.Un ruolo che gli viene riconosciuto proprio nell’ambito dell’inchiesta Domino, che lo scorso 3 giugno ha portato all’arresto di 29 persone accusate a vario titolo di traffico di sostanze stupefacenti, associazione per delinquere e armi.Figlio di Dante D’Alessandro, Giovanni è cugino dei padrini fondatori della cosca Michele (defunto nel 1999) e Luigi, oggi libero dopo aver scontato una lunga condanna. L’inchiesta Domino nasce nel 2017, a seguito dell’omicidio del ras dell’Acqua della Madonna Antonio Fontana, nemico giurato del clan di Scanzano. Gli investigatori cominciano a pedinare e intercettare boss e fiancheggiatori del clan D’Alessandro e riescono a ricostruire il “patto di Scanzano”: l’accordo che prevede che il clan fornisca gli stupefacenti a tutte le piazze di spaccio della città, intascando anche una percentuale sulle vendite. Al vertice di quel patto, secondo gli investigatori, ci sono tre figure di spicco del clan: Sergio Mosca, Antonio Rossetti e Giovanni D’Alessandro, appunto. Sono loro che finanzierebbero l’acquisto di grosse partite di stupafecenti da mettere poi a disposizione delle piazze di spaccio. Negli atti dell’inchiesta non ci sono intercettazioni dirette del boss di Scanzano, che tuttavia viene citato più volte nel corso dei dialoghi tra narcos e ras e della cosca, che lo individuano come il vertice della piramide, la persona da far intervenire nei casi più spinosi da gestire e da contattare solo quando bisogna trattare questioni fondamentali per portare avanti gli affari illeciti del clan.Un boss insomma, che secondo gli investigatori dev’essere controllato con tutte le misure di sicurezza del caso per evitare che anche da dietro le sbarre possa continuare a dare ordini all’esterno e incidere sulle dinamiche del clan.