Castellammare. La camorra danneggia l’immagine della città, il Comune chiede un risarcimento al clan D’Alessandro

Tiziano Valle,  

Castellammare. La camorra danneggia l’immagine della città, il Comune chiede un risarcimento al clan D’Alessandro

Il Comune di Castellammare di Stabia chiede un risarcimento alla camorra, perché il racket, la violenza e i traffici criminali messi in atto dalle cosche provocano un grave danno d’immagine a una città che sogna uno sviluppo economico e occupazionale. Il gup del Tribunale di Napoli ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Castellammare di Stabia nel processo a carico di 30 indagati ritenuti affiliati al clan D’Alessandro, nell’ambito dell’inchiesta “Tsunami”. L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Gaetano Cimmino – già nel 2019 – ha chiesto al settore legale di Palazzo Farnese di costituire il Comune parte civile in tutti i processi per camorra e l’avvocatura comunale ha recepito questo indirizzo politico, presentando la richiesta finalizzata a ottenere un risarcimento del danno nell’ambito del processo “Tsunami”.

La maxi-inchiesta condotta dai carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia, tra il 2006 e il 2009 dopo un lungo travaglio arrivò a produrre una trentina di avvisi di conclusione delle indagini solo all’inizio del 2019. Dopo pochi mesi, la Procura Antimafia chiese il giudizio immediato per boss e gregari del clan D’Alessandro accusati a vario titolo di associazione per delinquere, estorsioni, usura, traffici di droga e armi.

Appena a inizio settimana il processo si è spaccato in due tronconi. Dei 30 indagati per i quali l’Antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio in sei hanno già scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Tra questi spiccano i nomi degli eredi della dinastia criminale fondata dai boss Luigi e Michele D’Alessandro. Da Teresa Martone, la moglie del padrino Michele, ritenuta la cassiera dell’organizzazione, passando per Pasquale e Michele D’Alessandro. E ancora Antonio Lucchese e i due pentiti: Salvatore Belviso e Renato Cavaliere. Gli altri, invece, hanno tutti scelto la strada del rito ordinario per dimostrare la propria innocenza. Per loro sarà il giudice per le udienze preliminari a decidere se disporre o meno il rinvio a giudizio.

In quell’enorme fascicolo messo insieme dalla Dda c’è un pezzo di storia della camorra stabiese. In tutto sono sedici i capi d’imputazione contestati. Episodi che fanno riferimento all’arco temporale che va dal 2006 al 2009. Sotto la lente d’ingrandimento del pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta, l’affare racket, la vera fonte di sostentamento della cosca. In quegli anni tutti, secondo gli inquirenti, pagavano la tangente alla camorra. Dalle ditte che lavoravano per il Comune passando per le imprese edili impegnate in lavori privati di ristrutturazione. I D’Alessandro sarebbero arrivati a imporre una tassa fissa del 5% su ogni appalto, arrivando a chiedere e ottenere soldi anche sull’acquisto di grossi immobili in città.

Un controllo totale dell’economia stabiese da parte della camorra, che ha impedito inevitabilmente uno sviluppo economico e occupazionale della città. Ed è per questo motivo che ora il Comune di Castellammare chiede i danni alla camorra.