Per la prima volta trovate microplastiche nella placenta umana

Redazione,  

Per la prima volta trovate microplastiche nella placenta umana

La battaglia in atto da tempo contro le microplastiche che soffocano i mari, danneggiano la salute degli animali, dell’ambiente e degli esseri umani si tinge oggi di un’ombra ancor più nera con i risultati di una ricerca scientifica tutta italiana. E’ stata infatti provata per la prima volta nel mondo la presenza di microplastiche nella placenta umana da uno studio dell’Ospedale Fatebenefratelli-Isola Tiberina di Roma e del Politecnico delle Marche. Pubblicata sulla rivista scientifica Environment International e in precedenza approvata dal Comitato etico, la ricerca ha analizzato le placente di sei donne sane, tra i 18 e i 40 anni, con gravidanze normali, che hanno dato il loro consenso. Le madri, informate dell’esito dell’analisi, partita lo scorso anno, “sono rimaste scioccate, come del resto noi stessi”, ha riferito Antonio Ragusa, primo autore dello studio e direttore dell’Uoc di ostetricia e ginecologia del Fatebenefratelli. Nella stessa giornata è arrivata da Bruxelles la proposta contenuta nel parere conclusivo dell’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, di far scattare dal 2028 il divieto assoluto di immissione sul mercato di prodotti con microplastiche aggiunte Ragusa spiega la gravità e i rischi della presenza di particelle inorganiche addirittura nei feti: “Con la presenza di plastica nel corpo viene turbato il sistema immunitario che riconosce come ‘self’ (se stesso) anche ciò che non è organico.

E’ come avere un bambino cyborg: non più fatto solo di cellule umane, ma misto tra entità biologica e entità inorganiche”. Una considerazione impressionante che aggrava fino ad un livello finora impensabile la discussione sul rapporto tra esseri umani e natura. Il primario del Fatebenefratelli chiarisce che la ricerca su questo fronte, dopo questo primo, drammatico risultato, va approfondita poichè non si conoscono ancora gli effetti che queste particelle possono produrre dentro l’organismo umano. “I rischi per la salute dei bambini che già alla nascita hanno dentro di sè delle microplastiche ancora non si conoscono. Ma già sappiamo da altri studi scientifici internazionali che la plastica per esempio altera il metabolismo dei grassi. Riteniamo probabile che in presenza di frammenti di microplastiche all’interno dell’organismo, la risposta del corpo, del sistema immunitario, possa cambiare, essere diversa dalla norma”. Nel corso dello studio, condotto attraverso la Raman microspettroscopia, una tecnologia in dotazione al Politecnico delle Marche, i ricercatori hanno identificato nelle placente 12 frammenti di materiale artificiale, particelle tra i 5 e i 10 micron, cioè grandi come un globulo rosso o un batterio, che permeano facilmente le cellule. Dei 12 frammenti, 3 sono stati chiaramente identificati come polipropilene (materiale con cui vengono realizzati per esempio le bottiglie di plastica e i tappi) e 9 di materiale sintetico verniciato. Frammenti che possono derivare da cosmetici, smalto per le unghie, dentifricio, gesso, creme, adesivi. Cinque particelle sono state trovate nella parte di placenta attaccata al feto e che è parte integrante del feto, quattro nella parte attaccata all’utero materno e tre dentro le membrane che avvolgono il feto. Su come le microplastiche entrino nell’organismo umano Ragusa spiega che ancora non si conosce la via prevalente: “La prima riguarda l’apparato respiratorio e quindi il circuito ematico. La seconda attraverso l’alimentazione, via intestino. Per fare solo un esempio – dice – basti pensare alle vaschette di plastica in cui viene confezionato il cibo nei supermercati”. Alla luce di questo studio risulta ancora più cruciale la proposta dell’Echa sull’applicazione dello stop alle microplastiche intenzionalmente aggiunte nei prodotti (che dovrebbe riguardare cosmetici, prodotti per la pulizia e il bucato, fertilizzanti, prodotti fitosanitari e rivestimenti per semi) e che dovrebbe evitare che 500 mila tonnellate di microplastiche finiscano nell’ambiente nei prossimi 20 anni. Da medico e ricercatore Ragusa lancia il suo appello: “Penso che dobbiamo fermarci, stiamo distruggendo il Pianeta. Se non prendiamo provvedimenti più ecologici sarà la rovina per i nostri figli e i nostri nipoti”.

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