Le belve in gabbia e Torre Annunziata prova a reagire: un fiore sul luogo del massacro

Redazione,  

Le belve in gabbia e Torre Annunziata prova a reagire: un fiore sul luogo del massacro

Ucciso dalle belve, la figlia di Maurizio: «Papà mi ha insegnato la legalità. Torre deve cambiare»

Associazioni, parrocchie, imprenditori, antiracket. Un grido di riscatto che si solleva tra le lacrime. La voce della città che vuole spezzare le catene dell’oppressione, dell’omertà, della violenza. Una città ferita al cuore dall’ennesima tragedia. Dalla morte di un padre di famiglia ucciso per il motivo più banale del mondo: un posto auto. La città che raccoglie l’invito di Maria Adriana Cerrato, la figlia di Maurizio, scende in piazza. O meglio in quella piazza diventata nell’immaginario collettivo il teatro dell’ultima orribile tragedia. Associazioni, parrocchie, imprese. Tutti uniti per chiedere alla parte sana di quella città etichettata come terra di sangue e omertà un nuovo slancio. A partire delle 5 di questo pomeriggio. Quando nella piazzetta di via IV Novembre, lì dove è stato ucciso il povero Maurizio, verrà acceso un cero e depositata una ginestra: il fiore simbolo della resistenza e della rinascita. Resistenza dall’oppressione criminale che isola gli onesti seminando paura e raccogliendo omertà. Rinascita, per- ché altrimenti Torre Annunziata rischia di sprofondare in fondo al baratro. «Dalle 17 alle 21 sarà possibile recarsi sul po- sto e soffermarsi per un momento di riflessione deponendo un fiore e firmando un libro di presenza: “Ci sto per- ché non ci sto”», fanno sapere gli organizzatori della manifestazione. Non è solo una questione di sedie piazzate in strada e di brutali aggressioni. E’ una questione di “libertà” da difendere. «Subire passivamente, ci rende tutti più deboli, meno liberi – le parole della Fai antiracket che a Torre sta provando da anni a convincere gli imprenditori vitti- me del pizzo a denunciare – Esercitiamo il nostro diritto alla libertà, condannando, tutti insieme, pratiche ed atteggiamenti illegali che opprimono e condizionano la nostra comunità. Queste pratiche, proprie di chi ancheggia o aderisce ad organizzazioni criminali, rappresentano il vero freno allo sviluppo sociale, culturale ed economico di tutti noi. Non saremo complici, col silenzio o la passività, vogliamo la nostra dignità difendendo la legalità e la giustizia». Parole che si riflettono nelle speranze dei familiari di Maurizio. Parole alle quali, però, devono far seguito i fatti. Le forze dell’ordine, in questi anni, stanno provando a creare quella rete di fiducia nello Sta- to che per troppi anni è mancata, rendendo la città assuefatta alla violenza, alla paura. Atti concreti, come le telecamere di videosorveglianza che ci sono ma non funzionano, come hanno scoperto i magistrati. E soprattutto serve una riscossa sociale in grado di far crescere davvero quel seme di speranza che verrà seminato oggi pomeriggio. Altrimenti la morte di Maurizio non sarà servita a nulla. Altrimenti Torre Annunziata tornerà a piangere altre vittime innocenti.

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