Ghemon e quel “mal di vivere” che mette paura anche ai divi

Rocco Traisci,  

Ghemon e quel “mal di vivere” che mette paura anche ai divi

(rot). Chi l’ha detto che le rockstar se la cantano e se la godono in total relax? Davvero se ne infischiano e poi si arrampicano al piano del successo e “pazienza people”, ma io ce l’ho fatta”? Invece pare proprio che l’angoscia del “qui e ora” colga soprattutto loro, i nuovi volti del pop italiano, cerchiati da un’aura di trapassato remoto che ciao Tenco, scansati. Hanno milioni di “seguaci” dai sedici ai vent’anni, quelli della disaffezione e del nichilismo, della rapacità del mal vivere, del margine doloroso, dell’invisibilità nel visibilio, eppure tra fan e idoli corre uno stesso patema: il down a prescindere dal “lock”. Ghemon, all’anagrafe Giovanni Luca Picariello, classe ’82, avellinese fino ai 19 anni (quando poi decise di trasferirsi a Roma e di tentare la carta dello spettacolo) era uno di loro, era uno dei suoi fans che ce l’ha fatta. Ma a fare cosa poi? Quando si combatte la depressione “c’è chi si vergogna nel mostrarsi debole agli occhi degli altri, si pensa a stare in disparte, non dare nell’occhio per non farsi giudicare, non apparire fuori luogo… E a volte questo stigma sociale non appartiene a chi sta lottando contro la depressione ma a chi gli sta attorno…”. La confessione di Ghemon, parlando di sé e del suo ultimo album dal titolo “E vissero feriti e contenti”, avviene in questi giorni a Stories Live nel ciclo di interviste ai protagonisti dello spettacolo. La puntata andata in onda lunedì 10 maggio si ripete domani venerdì alle 18, sempre in disponibilità On Demand su Sky. L’ultimo disco – dice Ghemon – “è l’album dove la forma delle canzoni coincide con quello che sono dentro, da artista – ha spiegato – una risposta a ciò che avviene all’esterno… I primi due o tre mesi della pandemia non sapevo come avrei reagito, poi ho ritrovato la vita da studio che mi ha aiutato a proiettarmi con la testa in avanti, a pensare alla musica come una risposta per tornare alla normalità… Nel titolo volevo mettere in risalto il termine ‘contenti’, mentre ‘feriti’ è la consapevolezza che determinate cose nella vita capitano e si superano”. Tra gli strumenti per reagire c’è l’ironia: “sono molto autoironico – ha raccontato – per me il modo migliore per processare le incazzature è sorridere di sé stessi…”. Una familiarità con la scena che lo ha portato a misurarsi con la franchezza della stand up comedy: “Ho iniziato a tempo perso, un paio di volte sono andato ai microfoni aperti…. Rimane lì… come una cosa sulla quale ingranare delle marce, non è un ‘poi lo farò’, ma solo uno dei colori espressivi che voglio avere, non voglio diventare un comico dopo i quarant’anni”. Ghemon è stato uno dei cosiddetti “precoci”, uscito subito dall’anonimato grazie alla sua “bad attitude”. Ma ne ha fatta di strada: il primo incontro con la cultura hip hop avviene nel ‘95 nella piccola cerchia del graffitismo, che poi abbandonerà da giovanotto fatto. Secondo quanto riportato da un sito di suoi fan, l’esordio rappato fu in dialetto con il 15 Barrato (gruppo che prende il nome da un autobus molto frequentato): “In quegli anni ad Avellino ci dovevamo inventare qualsiasi cosa e non sapevamo dell’esistenza de La Famiglia e della grande scena raggamuffin napoletana”. Eppure – sembra dire – c’eravamo dentro fino al collo. A Roma ci va promettendo una laurea, le buone intenzioni di tutti i “fuori sede” del mondo. E che laurea. Luca si iscrive alla Luiss, una delle più prestigiose università italiane, élite del diritto che lo vede dottore in Giurisprudenza e pronto a scalare la carriera forense. Ma il richiamo dell’arte è la seconda buona intenzione di tutti i “fuori sede” del mondo, dove o ce la fai o è meglio non tornare a casa. Tuttavia la tanto ambita palingenesi della metropoli non è cosa particolarmente avvincente per il rapper avellinese, il quale – quasi per contrasto al dispersivo frastagliamento della scena – si lancia in solitaria nei temi dei primi brani: la vita da fuorisede e l’allontanamento dalla città natale è presente nella traccia “La politica del tempo (Johnny)”, contenuta nell’album “La rivincita dei buoni” del 2007”. In un’intervista definisce Roma «dispersiva e gigantesca» e impossibile da amare subito. Sarà Roma ad amarlo con i primi riscontri di pubblico e successo. La cavalcata è trionfale: escono in sequenza altri dischi: “Qualcosa è cambiato, Qualcosa cambierà Vol. 2”, “Orchidee” del 2014, poi “Mezzanotte”, “Scritto nelle stelle” e l’ultimo “E vissero feriti e contenti”. Con i Ghemon & The Love 4tet esce nel 2009 con “E poi, all’improvviso, impazzire”. Il ragazzo ce l’ha e la stoffa pregiata del talento gli cambia la fisima del provincially correct. Ormai è un autore riconosciuto che approda a Sanremo in due edizioni. Sale, sale, sale. Poi come tutte le anime belle si accorge di come sia aggressivo il successo quando ti toglie la scoperta, quel viaggio dalla street art di “frat’mo” Avellino ai tanti ragazzi di mamma Roma. Che ogni tanto ti lasciano solo.

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