Svolta nel processo ai tombaroli di Pompei, il Parco Archeologico chiederà i danni agli imputati

Salvatore Piro,  

Svolta nel processo ai tombaroli di Pompei, il Parco Archeologico chiederà i danni agli imputati

Tombaroli a Civita Giuliana, è svolta al processo: il Parco Archeologico di Pompei potrà chiedere il maxi-risarcimento, costituendosi come parte civile. E’ l’ultimo asso nella manica calato ieri in tribunale dal pm Pierpaolo Filippelli, l’ex magistrato anticamorra, ora procuratore aggiunto a Torre Annunziata, titolare dell’inchiesta sui presunti danneggiamenti e furti di reperti storici di inestimabile valore in via Civita Giuliana: una lingua d’asfalto con cunicoli clandestini e tunnel sotterranei, scavati fino a cinque o sette metri di profondità, a due passi dall’ingresso degli Scavi. Imputati, con l’accusa di aver messo a segno uno dei più grandi saccheggi criminali compiuti ai danni del Parco Archeologico, sono Giuseppe e Raffaele Izzo, padre e figlio di Boscoreale. Si tratta  dei due presunti tombaroli che, fino al 2017, avrebbero scavato cinque tunnel sotterranei lunghi fino a 70 metri e alti “al massimo 80 centimetri” per raggiungere e poi trafugare gli straordinari reperti d’epoca romana rinvenuti dentro gli ambienti rustici e nobiliari della Villa suburbana, in via Civita Giuliana, seppellita dall’eruzione del 79 d.C. Una domus resa nota nel 2019 grazie al ritrovamento, da parte degli archeologi, dei calchi di tre cavalli con bardatura militare. Giuseppe e Raffaele Izzo sono accusati di ricettazione e di ricerche clandestine di oggetti antichi. Secondo una stima ufficiale, redatta dai dirigenti dell’ufficio legale del Parco Archeologico e firmata in calce dall’ex Soprintendente nonchè attuale Direttore dei Musei italiani, Massimo Osanna, i danni causati alle rovine saccheggiate ammonterebbero a un milione e 800mila euro. Un maxi-risarcimento, dunque, che il Parco Archeologico di Pompei potrebbe adesso richiedere ai due presunti tombaroli. Come? Grazie a una contestazione aggiuntiva e integrativa rispetto alle imputazioni originarie. Si tratta in pratica di un’estensione delle accuse, che in base a una relazione tecnica stilata dal funzionario architetto del Parco Archeologico di Pompei, Arianna Spinosa, punterebbe a dimostrare come l’attività dei tombaroli, a partire dal 2009, non si sarebbe quasi mai interrotta: terminando, al massimo, nel 2017. Tutto ciò avrebbe inoltre portato i tombaroli a scavare ulteriori tunnel per sfondare la parete di un grande criptoportico “la cui attività di esplorazione è tuttora in corso” – ha aggiunto ieri, in udienza, il pm Filippelli – e ad avvicinarsi alla lussuosa “biga” ritrovata nel Febbraio scorso alle porte di Pompei. Fino a ieri, il Parco Archeologico (con le imputazioni originarie rimaste ferme al mese di giugno del 2009, ndr) non era riuscito a costituirsi tempestivamente come parte civile a processo. Adesso, però, tutto cambia. Perché la contestazione aggiuntiva, accolta infine dal giudice Silvia Paladino nonostante la denuncia di “irritualità” della difesa, rappresentata dagli avvocati Francesco Matrone e Maria Formisano, ora rimette tutto in gioco. L’avviso per la prossima udienza del processo – si terrà a giugno – sarà notificato anche al Parco Archeologico di Pompei, che a sua volta studierà il da farsi. La mossa appare già scontata.

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