Omicidio di Nicholas a Gragnano: «Non fu legittima difesa»

Gaetano Angellotti,  

Omicidio di Nicholas a Gragnano: «Non fu legittima difesa»

Quella che portò alla morte del 17enne Nicholas Di Martino non fu «una questione tra ragazzi terminata in tragedia». Così come Maurizio Apicella e Ciro Di Lauro, i suoi assassini, non agirono per legittima difesa. Lo affermano i giudici della Corte di Cassazione, motivando la decisione con cui, il 10 dicembre scorso, avevano respinto le richieste dei difensori dei due giovani arrestati per l’omicidio avvenuto nelle prime ore del 25 maggio 2020. Per i giudici ermellini della Prima Sezione Penale – presidente Adriano Iasillo, relatore Luigi Fabrizio Augusto Mancuso – correttamente il Tribunale del Riesame di Napoli aveva confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei loro confronti.

Ravvisando, da una parte, la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso, e dall’altro, al contrario, l’inverosimilità della tesi della legittima difesa, avanzata sia dal difensore di Ciro Di Lauro, l’avvocato Francesco Romano, che dai legali di Maurizio Apicella, assistito da Carlo Taormina e Giuliano Sorrentino. Questi ultimi, in particolare, sostengono sin dall’arresto del 19enne, la cui mano ha sferrato l’unico colpo fatale per Nicholas, che il ragazzo abbia agito per difendersi. Essendo stato attaccato per primo dal cugino di Nicholas, Carlo Langellotti, a sua volta rimasto gravemente ferito nella colluttazione.

Secondo Taormina, Langellotti «aveva dichiarato di aver raggiunto con l’autovettura il Di Lauro e l’Apicella e dì avere per primo aggredito quest’ultimo. Emerge che l’Apicella utilizzò il coltello che aveva con sé per difendersi dalla presa del Langellotti che gli impediva di respirare, e che, liberatosi, andò in soccorso dell’amico Di Lauro, nel frattempo malmenato dal Di Martino, prendendo parte ad una colluttazione nella quale il Dì Martino venne accidentalmente ferito».

Secondo i giudici, invece, la tesi non regge, dal momento che Apicella «poteva allontanarsi dal luogo dei fatti evitando il confronto con la vittima e sfuggendo all’aggressione del Langellotti (che ha ammesso pienamente di averlo preso alla gola): ha preferito, invece, restare e, brandendo un’arma da taglio molto pericolosa, ha menato un fendente nella parte alta della coscia destra della vittima». Sottolineando, inoltre «la sproporzione tra difesa e offesa dal momento che la vittima era disarmata mentre l’Apicella era armato di un coltello».Le motivazioni della Cassazione, quasi sicuramente, avranno un peso notevole anche nell’ambito del processo nei confronti di Apicella e Di Lauro, apertosi a fine maggio, a un anno esatto dalla tragedia

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