Massacro davanti allo stadio, il boss Gionta rischia il carcere a vita

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Massacro davanti allo stadio, il boss Gionta rischia il carcere a vita

Il destino di Aldo Gionta, il boss poeta di Torre Annunziata, finisce nelle mani dei giudici della Cassazione. Tra un mese, infatti, la Suprema Corte sarà chiamata a scrivere l’ultimo capitolo del processo che rischia di costare l’ergastolo al figlio di Valentino Gionta. Si tratterebbe della prima condanna al carcere a vita per il capoclan detenuto da anni al regime del 41-bis e considerato, prima della sua cattura avvenuta nel 2014, una figura di punta della cosca che ancora oggi semina morte e terrore a Torre Annunziata. Al centro del fascicolo finito nelle mani dei giudici c’è la storia di uno dei delitti manifesto della ferocia della camorra vesuviana. Si tratta dell’omicidio di Natale Scarpa, ritenuto esponente di primo piano del clan Gallo-Cavalieri assassinato da un commando armato in pieno giorno, a Ferragosto del 2006, davanti allo stadio di Torre Annunziata. Una storia ricostruita dopo dieci anni di indagini dall’Antimafia, anche grazie ai racconti di diversi collaboratori di giustizia legati sia ai Gionta che ai clan alleati dei Valentini in quegli anni di piombo. Dagli indizi raccolti nel corso del tempo è emerso, secondo gli inquirenti, che Aldo Gionta sarebbe il vero mandante del delitto messo a segno dai sicari al soldo della cosca. Natale Scarpa, per l’Antimafia, non fu ucciso nell’ambito della sanguinosa guerra di camorra che in quegli anni vedeva contrapposti i due sodalizi criminali. Scarpa venne assassinato per uno “sgarro”. Uno schiaffo che avrebbe rifilato a Valentino Gionta junior, il figlio del boss poeta (all’epoca minorenne) punito per aver lanciato contro Scarpa delle uova marce. Secondo i pm fu questa la molla che spinse Aldo Gionta ad armare la mano dei killer di Palazzo Fienga per bagnare nel sangue la sua sete di vendetta e punire l’uomo del clan rivale. In primo grado Aldo Gionta è stato, però, assolto da queste accuse al pari di suo fratello Pasquale (per il quale l’assoluzione è diventata definitiva). Ma l’Antimafia ha presentato ricorso in Appello chiedendo di ascoltare in aula altri collaboratori di giustizia a conoscenza di nuovi dettagli relativi al massacro del 2006. Prove ritenute evidentemente sufficienti dai giudici di secondo grado che a dicembre del 2019 hanno ribaltato tutto decidendo di condannare al carcere a vita il figlio del padrino. La difesa di Aldo Gionta ha ovviamente presentato ricorso in Cassazione, contestando le motivazioni della sentenza d’appello e chiedendo alla Suprema Corte di annullare quella condanna che rischia di lasciare per sempre dietro le sbarre il boss di Torre Annunziata. A novembre è fissata l’udienza chiave. In quella circostanza verrà emessa, forse, l’ultima sentenza per il figlio di don Valentino. Un verdetto che potrebbe scrivere la parola fine sulla storia di uno dei più feroci e terrificanti delitti legati a quella guerra di camorra.

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