Le donne-strozzine di Torre del Greco: la figlia del boss ucciso stritolava la fornaia

Alberto Dortucci,  

Le donne-strozzine di Torre del Greco: la figlia del boss ucciso stritolava la fornaia
Controlli della polizia a piazza Luigi Palomba

Torre del Greco. Un incubo lungo due anni. Un vortice di prestiti a strozzo in cui era stata risucchiata una fornaia travolta dai debiti accumulati a causa di interessi da capogiro. E costretta a chiedere «aiuto» a nuovi usurai per pagare i vecchi. Fino alla decisione di denunciare tutto alle forze dell’ordine e di fare arrestare i suoi aguzzini. Ci sono il coraggio della vittima e le articolate indagini degli agenti del locale commissariato di polizia – coordinati dal pubblico ministero Matteo De Micheli della procura di Torre Annunziata – dietro l’inchiesta conclusa con una raffica di ordinanze di custodia cautelare a carico di 11 «cravattari» di Torre del Greco. Tra cui spiccano i nomi di due donne con «parentele eccellenti» all’interno dell’organigramma camorristico della città del corallo: Colomba Cascone – figlia del capoclan Zì Peppe ucciso in un agguato a novembre del 2003 e moglie di Giovanni Falanga, alias ‘o fucile e primogenito del padrino noto come ‘o struscio – e Virginia Raiola, sorella del killer degli scissionisti del rione Sangennariello già condannato all’ergastolo per l’omicidio del boss Gaetano Di Gioia.

I nomi degli indagati

Gli uomini in divisa guidati dal primo dirigente Antonietta Andria hanno trasferito dietro le sbarre del carcere – in esecuzione del provvedimento firmato dal gip Mariaconcetta Criscuolo – quattro indagati: Gaetano Di Giulio, Alberto Di Giulio, Salvatore Scognamiglio e Clorinda Palomba. Agli arresti domiciliari, invece, sono finiti – insieme a Colomba Cascone e Virginia Raiola – sono finiti: Luisa Zorino, Maria Grazia Candurro, Luigia Di Giulio, Valentina Pinto e Antonio Stampalia. Al momento, invece, risulta ricercato Antonio De Rosa: il complice di Colomba Cascone è sfuggito, infatti, alla retata degli uomini in divisa.

Due anni di indagini

L’inchiesta scattò a gennaio del 2020, quando C.B. – titolare di uno storico panificio del centro cittadino – denunciò il suo calvario alle forze dell’ordine. Le indagini hanno consentito di circostanziare e documentare numerose condotte estorsive e di usura ai danni della vittima a opera di diverse famiglie di Torre del Greco. Grazie alle intercettazioni telefoniche e ai mirati appostamenti organizzati presso il panificio della vittima, gli investigatori hanno accertato come – in un momento di difficoltà economica – la fornaia avesse trovato l’apparente disponibilità di alcune «clienti» pronte a dare una «mano» alla donna. Salvo poi pretendere la restituzione mensile di somme di denaro spropositate rispetto al debito iniziale, con un tasso di interesse pari anche al 67,5%. In qualche caso, addirittura, i pagamenti dovevano essere quotidiani: cento euro al giorno dal lunedì al venerdì per ripianare un prestito di 20.000 euro. Stritolata dai debiti e «pressata» dalle donne-strozzine, la vittima si è vista costretta a chiedere ulteriori prestiti, Finendo così soggiogata contemporaneamente da una pluralità di usurai, pronti – in caso di ritardi nei pagamenti – a passare alle vie di fatto, con minacce e aggressioni. Davanti all’escalation di violenza, la fornaia fu costretta a lasciare per circa un mese  il panificio di famiglia e la propria abitazione e a nascondersi in un noto hotel della zona. Emblematico l’episodio riscontrato dagli inquirenti a fine dicembre 2020, quando la vittima  – lo stesso giorno – era stata costretta a consegnare somme di denaro di importo variabile dai 100 ai 200 euro a tre diversi «cravattari».

L’interesse sul ritardo

Gli accertamenti degli investigatori hanno fatto emergere come interi nuclei familiari svolgessero attività di usura in maniera coordinata, con una precisa divisione di ruoli e di compiti. Ai componenti della famiglia con maggiori capacità intimidatorie era affidato il compito di «sollecitare» la vittima a mettere mano al portafogli. Costretta per due anni – spaventata dall’idea di aggressioni ai propri familiari –  a versare somme considerevoli di denaro a fronte di richieste senza fondamento, neanche considerando il tasso di interesse applicato dagli usurai. La donna, infatti, ha riferito agli inquirenti come alcuni usurai pretendessero una somma aggiuntiva di 100 euro per ogni giorno di ritardo nei pagamenti, e come altri invece alzassero il tasso di interesse a loro piacimento ogni volta che si rendevano conto che la persona offesa era in procinto di ripianare il debito e di chiudere ogni rapporto con gli stessi.

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