Castellammare. Omicidio Carolei, i pentiti in aula: «Così l’abbiamo strangolato»

Ciro Formisano,  

Castellammare. Omicidio Carolei, i pentiti in aula: «Così l’abbiamo strangolato»

«Lo abbiamo strangolato con la corda dei pantaloni. Poi dopo averlo ammazzato lo abbiamo fatto sparire». Gomorra si materializza nell’aula della Corte d’Assise di Napoli quando a parlare, incalzati dalle domande del pm dell’Antimafia, sono Pasquale e Catello Rapicano. I due killer della camorra di Castellammare di Stabia, i due super pentiti che fanno tremare la cupola dei D’Alessandro sono stati sentiti, ieri mattina, nel corso del processo per l’omicidio di Raffaele Carolei: l’uomo degli Omobono-Scarpa vittima di lupara bianca nel 2012. Un’udienza fiume, durata quasi 8 ore, costellata di macabri retroscena e alcune contraddizioni sollevate dalla difesa. I due pentiti, in sintesi, hanno confermato il nodo centrale delle accuse che vedono alla sbarra Giovanni Savarese e Gaetano Vitale, i due imputati che assieme ai Rapicano avrebbero partecipato al massacro di Carolei. Un delitto figlio della sete di vendetta dei D’Alessandro nei confronti degli esponenti del clan che agli inizi del nuovo millennio ha provato a spodestare la cosca di Scanzano, arrivando ad ammazzare esponenti di spicco come Giuseppe Verdoliva e Antonio Martone. Da qui la condanna a morte per Carolei eseguita otto anni dopo nella casa popolare occupata abusivamente nel rione Caporivo da Catello Rapicano. Entrambi i pentiti hanno confermato di aver partecipato al massacro, raccontando le fasi più cruente del delitto e ribadendo quanto già emerso nei verbali allegati all’inchiesta.Il collegio difensivo (composto dagli avvocati Antonio de Martino, Carlo Taormina e Giuliano Sorrentino) nel fittissimo contro-esame dei due pentiti ha però provato a far emergere alcune contraddizioni tra i racconti resi dai due collaboratori. A cominciare dal riferimento alle riunioni operative per pianificare il delitto (riunioni alle quali Catello Rapicano ha detto di non aver partecipato) e sul colore della corda usata per strangolare la vittima. Dettagli che però, secondo la difesa, rappresentano il fulcro chiave del processo visto che le dichiarazioni dei due pentiti sono di fatto la prova su cui si regge l’inchiesta. Catello Rapicano (alla sua prima deposizione in aula dopo il pentimento) ha anche svelato che prima dell’omicidio era stata valutata l’ipotesi di ammazzare Carolei – cugino del boss Paolo Carolei – in strada. Ma il progetto si sarebbe arenato per la presenza, con la vittima, di sua nipote.Dettagli già al vaglio dei giudici che entro la fine dell’anno potrebbero anche emettere la sentenza di primo grado. Nella prossima udienza, fissata a fine mese, verranno sentiti, infatti, i testimoni della difesa. E nell’elenco spicca il nome di Antonio Rossetti, alias ‘o guappone, ritenuto figura di spicco del clan. Rossetti viene tirato in ballo da Pasquale Rapicano che lo indica come uno dei soggetti che sapeva del piano per uccidere Carolei e avrebbe organizzato un incontro a Scanzano con Michele D’Alessandro.

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