Trema la cupola del clan: il boss Gionta resta al 41-bis

Ciro Formisano,  

Trema la cupola del clan: il boss Gionta resta al 41-bis

Gli anni in carcere non hanno «affievolito il suo carisma e la sua pericolosità sociale». E l’eventuale  trasferimento in un regime penitenziario ordinario potrebbe riportarlo alla guida del clan. E’ su queste basi che si fonda la decisione del Ministro della Giustizia di rinnovare il regime del carcere duro per Pasquale Gionta, secondogenito di don Valentino, il padrino di Torre Annunziata che con suo figlio condivide il cognome, il sangue e il destino: il 41 bis.  Lo scorso anno, infatti, il Guardasigilli ha deciso di confermare il regime del carcere duro per Gionta, detenuto da oltre un decennio e già condannato  per omicidio e associazione per delinquere di stampo mafioso. Secondo l’Antimafia, il figlio del padrino sarebbe stato uno dei registi assoluti della terrificante guerra di camorra che ha visto contrapposti i Valentini e i Gallo. E non solo. Pasquale Gionta avrebbe anche imbastito le trame della famosa “triplice alleanza” con i Chierchia e i Birra di Ercolano per provare a creare una federazione criminale in grado di dominare su gran parte della provincia di Napoli (da Torre Annunziata fino alle porte di Secondigliano). Un progetto stroncato dalla Dda e dalle inchieste che hanno decapitato le 3 cosche spingendo al carcere duro i vertici di quella cupola criminale. Gionta ha però deciso di impugnare la decisione del Ministro, presentando prima un ricorso al tribunale di sorveglianza di Roma e poi in Cassazione. Nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni della sentenza con la quale la Suprema Corte ha deciso di dichiarare «inammissibile» la richiesta del capoclan. Secondo la Cassazione la decisione del tribunale di sorveglianza non fa una piega e si basa su una attenta «verifica della permanenza dei dati indicativi della capacità di collegamento del ricorrente con la criminalità organizzata». Una decisione frutto delle «note trasmesse dagli inquirenti» che individuano Gionta come «membro attualmente inserito nel clan di appartenenza». Il tutto anche per l’assenza di elementi «sintomatici della dissoluzione del vincolo associativo». Tradotto in parole povere: il figlio del boss in questi anni non ha mai manifestato la volontà di uscire dal sistema criminale di cui ha fatto parte e dunque, secondo i giudici, potrebbe ancora guidare la cosca alla luce del suo «carisma» e soprattutto perché il clan è tutt’ora attivo. Un dato, quest’ultimo, certificato dai numerosi episodi criminali che hanno travolto la città nel corso degli ultimi mesi. Un provvedimento che blinda il carcere duro per un altro dei componenti del clan: un’intera dinastia sepolta viva al 41-bis. Assieme a Pasquale sono detenuti – nel regime penitenziario riservato ai criminali più pericolosi d’Italia – anche suo padre Valentino, suo nipote Valentino junior e suo fratello Aldo. Proprio Aldo, il boss poeta di Palazzo Fienga, è stato condannato all’ergastolo la scorsa settimana perché ritenuto il mandante dell’omicidio di Natale Scarpa, uomo dei Gallo assassinato a Torre Annunziata nel 2006.

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