Castellammare. Il pentito Rapicano: «Ho ucciso Carolei per 5mila euro, mi vergogno»

Tiziano Valle,  

Castellammare. Il pentito Rapicano: «Ho ucciso Carolei per 5mila euro, mi vergogno»

«Ho commesso un omicidio. E’ di questo che mi vergogno, non di essermi pentito. Oggi sto facendo la cosa giusta». Catello Rapicano, ex affiliato al clan D’Alessandro e oggi collaboratore di giustizia, si lascia andare in aula alle sue emozioni. Da assassino spietato, capace di braccare e strangolare un uomo nel suo appartamento, assieme ai suoi complici a persona che è consapevole del male che ha procurato «sono venuto qui a pagare», dice davanti ai giudici. Una controesame fiume, durato quasi otto ore, che lo vede tra gli accusatori di Giovanni Savarese, alias Cicchiello, e Gaetano Vitale, con i quali – stando ai suoi racconti – avrebbe ucciso Raffaele Carolei, il ras degli Omobono-Scarpa ammazzato e poi fatto sparire nel 2012 per aver osato sfidare il clan D’Alessandro nel 2004.Catella Rapicano racconta di aver fatto parte del clan D’Alessandro dall’inizio degli anni ’90: «Mi occupavo di custodire le armi per conto di Gaetano Martinelli – dice – Poi ho cominciato a spacciare e fatto qualche estorsione». Il battesimo nel gruppo di fuoco del clan di Scanzano avviene proprio nel 2012, quando il fratello Pasquale Rapicano – già killer dei D’Alessandro – lo coinvolge per ammazzare Raffaele Carolei.«Avevo deciso di cominciare a fare un po’ di contrabbando e per quell’omicidio avrebbero dovuto darmi 5mila euro di sigarette o soldi in contanti per comprarle», racconta Rapicano che poi sostiene «alla fine non ho chiesto più nulla perché tanto mio fratello, Gaetano Vitale e Giovanni Savarese erano sempre a disposizione per qualsiasi cosa mi servisse». In realtà il clan – secondo il suo racconto – provvede a effettuare lavori nell’appartamento del Comune che il killer aveva occupato abusivamente. «Quando abbiamo ammazzato Raffaele Carolei lui aveva la mano graffiata e gli era caduta qualche goccia di sangue sul pavimento – ricorda Catello Rapicano – La sera stessa dell’omicidio con un martello ho rotto la mattonella che si era sporcata, ma questo aveva creato problemi a tutto il pavimento». Così interviene il clan: «Tramite mio fratello Pasquale e Gaetano Vitale mi mandarono un ragazzo di Scanzano a casa per fare i lavori – racconta Rapicano – Mi hanno cambiato l’intero pavimento».Qualche lavoretto a casa e soldi a disposizione come segno di riconoscenza per aver messo a segno l’omicidio di un uomo come Raffaele Carolei, che era sulla lista nera del clan D’Alessandro. Un delitto efferato che viene ricostruito in aula, dove Catello Rapicano e suoi fratello Pasquale ripercorrono tutti i momenti più cruenti di quella mattinata di metà settembre del 2012.«Ci siamo comportati come delle bestie, ci siamo proprio accaniti su quell’uomo», dice Pasquale Rapicano davanti ai giudici ricordando come Carolei fosse stato braccato dal fratello Catello che lo aveva preso alle spalle e poi strangolato. Secondo i pentiti a stringergli la corda al collo per primo è Giovanni Savarese: «Ma poi l’abbiamo tirata tutti, fino a quando non ha smesso di respirare».

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