Castellammare. Camorra, il pentito Rapicano: «Dieci killer al servizio del clan D’Alessandro»

Tiziano Valle,  

Castellammare. Camorra, il pentito Rapicano: «Dieci killer al servizio del clan D’Alessandro»

Tre gruppi di fuoco, almeno dieci killer, forse una dozzina, tutti pronti a impugnare un’arma, a sparare e ammazzare rivali in nome del clan D’Alessandro. Squadre della morte che hanno agito a Castellammare dall’inizio del nuovo millennio sostituendo i sicari storici della cosca di Scanzano ormai già murati vivi in carcere in quel periodo, grazie alle inchieste della magistratura e le sentenze della giustizia. Il primo di questi tre gruppi di fuoco viene spazzato via dagli investigatori dopo i numerosi omicidi messi a segno tra il 2008 e il 2010. Un commando formato da Salvatore Belviso, Renato Cavaliere, Raffaele Polito e Catello Romano. Quest’ultimo è l’unico che ha deciso di non pentirsi. Gli altri due gruppi di fuoco sono stati ricostruiti invece in aula dal pentito Pasquale Rapicano, ex killer della cosca di Scanzano, nel corso dell’udienza sull’omicidio di Raffaele Carolei, l’uomo degli Omobono-Scarpa, ammazzato e fatto sparire nel 2012. In quel periodo, secondo quanto raccontato in aula dal collaboratore di giustizia, due gruppi di killer agivano per il clan D’Alessandro.

«La nostra era la base del Caporivo, poi la Faito è la Faito. Ognuno ha il suo gruppo di fuoco, però facciamo tutto per il clan», dice ai giudici Pasquale Rapicano. Una ricostruzione necessaria per spiegare cosa è accaduto a Castellammare. «Io e Gaetano Vitale abbiamo parlato la prima volta con “Totore ‘o paglialone” e Pasquale Vuolo», continua il racconto di Rapicano «loro dissero “si devono fare due reati: Raffaele Carolei e Salvatore Polito, se prendiamo prima noi a Raffaele Carolei lo facciamo noi, se lo pigliate prima voi, lo fate voi”. Mo loro hanno pigliato a Salvatore Polito e noi abbiamo preso a Carolei».

Pasquale Rapicano però rivela che il loro obiettivo fosse un altro:«Noi prima di tutto volevamo uccidere a Salvatore Polito (ras di Moscarella, anche lui affiliato agli Omobono-Scarpa). Aveva un bar al centro di Castellammare e abbiamo fatto pure un sopralluogo, però ci stavano troppe telecamere e avremmo dovuto fare una strage, perché Polito andava con i due figli ad aprire questo bar». Mentre il loro gruppo di fuoco si stava organizzando «i “paglialoni” hanno fatto prima di noi ad uccidere questo Polito e noi ci siamo dedicati a Raffaele Carolei».Quando Rapicano dice “noi” fa riferimento a lui stesso e a Gaetano Vitale, ma proprio dal momento per l’omicidio di Carolei – a suo dire – si decide di rinforzare il gruppo di fuoco. Il primo che entra a farne parte è suo fratello Catello, che fino a quel momento non aveva mai ammazzato per il clan D’Alessandro. Il secondo è Giovanni Savarese, alias cicchiello. «Doveva morire anche Savarese – racconta Rapicano – Ma noi decidemmo di farlo partecipare insieme a noi all’omicidio di Carolei per fargli prendere fiducia nei nostri confronti».

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