Camorra, la tassa dei clan: 80 euro al mese su ogni videopoker, affare da 50.000 € l’anno

Tiziano Valle,  

Camorra, la tassa dei clan: 80 euro al mese su ogni videopoker, affare da 50.000 € l’anno

Castellammare. Ottanta euro al mese per ogni videopoker installato in bar, sale scommesse e locali della periferia di Castellammare di Stabia, Pompei, Santa Maria la Carità e Scafati. E’ la tassa imposta dal clan Cesarano alle aziende che hanno operato in questo settore negli ultimi dieci anni. Un business da centinaia di migliaia di euro all’anno, che ha consentito di pagare i carcerati e alimentare altri affari illeciti, tra cui quello dell’usura. In alcuni casi i prestiti a strozzo venivano concessi alle stesse persone che perdevano soldi giocando nelle macchinette.

E’ uno dei retroscena che emerge dalle circa 300 pagine dell’ultima ordinanza di custodia cautelare emessa del gip del Tribunale di Salerno, Vincenzo Pellegrino, sulla scorta delle indagini condotte dall’Antimafia che hanno ricostruito una ventina di episodi estorsione messi a segno tra Castellammare e Scafati. Solo a Scafati, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, questo business valeva tra i 40 e i 50mila euro all’anno.

Non a caso almeno fin quando la cosca di Ponte Persica è stata guidata dal boss Luigi Di Martino, ‘o profeta, si è combattuta una vera e propria battaglia con il gruppo dei Matrone di Scafati per il controllo delle estorsioni in questo settore, a suon di attentati e pestaggi. Che poi si è risolto, solo dopo l’arresto di Di Martino e dei suoi sodali, con il comando assunto da Vincenzo Cesarano, ‘o mussone, cugino del padrino Ferdinando, che ha siglato una pax mafiosa ovviamente basata sui soldi con il clan dei Matrone, guidato da Giuseppe Buonocore, genero d del boss Franchino ‘a belva.

Il clan Cesarano nel corso degli anni era riuscito addirittura a fare un censimento dei videopoker installati sul territorio in cui imponeva la sua legge criminale. Per ogni città e per ogni attività commerciale sapeva quanti dispositivi erano installati e di quali aziende. Con quella lista gli esattori della cosca di Ponte Persica potevano presentarsi dalle aziende e imporre la loro tassa.

La conferma arriva nel 2014 quando la polizia nel corso di una perquisizione nell’auto in cui viaggiano Giovanni Cesarano e Aniello Falanga trovano un pizzino con i nomi di decine di bar di Castellammare (tra via Napoli, via De Gasperi, via Annunziatella, via Schito), di Pompei (via Lepanto, via Astolelle, via Statale) e di Santa Maria la Carità (via Polveriera). Accanto a ogni bar c’è un numero (2,3,4) e una cifra (100, 150, 200), poi a penna è stata annotata la dicitura: ok. Gli investigatori a seguito di accurate indagini scoprono che la prima cifra corrisponde al numero di videopoker presenti all’interno di ogni singolo bar.

Insomma: dove c’è scritto 2 significa che ci sono 2 macchinette all’interno di quel locale, e così via. I finanzieri scoprono altro: a tutti i bar le macchinette sono state fornite dalla stessa società, che ha sede a Castellammare e così riescono a stabilire il pizzo che paga ogni mese. Nel 2017, però, Vincenzo ‘o mussone e Giuseppe Buonocore, a capo rispettivamente dei clan Cesarano e Matrone, si spingono addirittura oltre e puntano tutto sulla società di Filippo e Andrea Bambace, piccoli imprenditori di Gragnano che noleggiano videopoker, imponendo le loro macchinette in tutte le attività commerciali del territorio. In questo modo, conquistano il monopolio del settore anche attraverso le minacce, come ricostruito dagli investigatori, ai titolari di bar e sale scommesse di Santa Maria la Carità e Pompei. Un business da centinaia di migliaia di euro all’anno.

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