San Gennaro Vesuviano, lanciò nel vuoto la sua bambina di 16 mesi: il padre condannato a 24 anni di cella

Ciro Formisano,  

San Gennaro Vesuviano, lanciò nel vuoto la sua bambina di 16 mesi: il padre condannato a 24 anni di cella

Confermata in Appello la condanna a 24 anni di carcere per Salvatore Narciso, l’uomo che il 15 luglio del 2019, ha lanciato dalla finestra di una palazzina di via Cozzolino, a San Gennaro Vesuviano, sua figlia, la piccola Ginevra di appena sedici mesi. Nei giorni scorsi la Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha confermato la condanna di primo grado emessa ad aprile. Il tribunale ha bocciato la linea difensiva che nel corso del dibattimento ha puntato a dimostrare la parziale incapacità di intendere e di volere dell’imputato al momento della tragedia. Per gli avvocati quel gesto che ha causato la tragedia sarebbe frutto di un improvviso raputs di follia.  Tesi che evidentemente non ha convinto i giudici. La Corte, accogliendo la richiesta del Procuratore Generale e della parte civile (la mamma della piccola Ginevra è rappresentata dall’avvocato Sabato Graziano), ha deciso di confermare il verdetto di primo grado: ventiquattro anni per Narciso al quale sono state comunque riconosciute le attenuanti generiche. Secondo l’accusa, come ribadito anche nella requisitoria, Narciso era perfettamente cosciente quando ha preso tra le braccia la sua bambina, ha spalancato la finestra e l’ha lanciata nel vuoto. L’impatto è stato fatale per la piccola Ginevra. Il suo corpicino non ha resistito a quel terrificante volo. La bimba è morta sul colpo. Subito dopo Narciso, come accertato dalle indagini lampo avviate dalle forze dell’ordine, avrebbe anche tentato di togliersi la vita. Un tentativo vano. L’uomo riporta qualche ferita e viene immediatamente arrestato per omicidio volontario pochi istanti dopo la morte della bambina. Le indagini, condotte dalla Procura di Nola, hanno immediatamente individuato nel padre della piccola Ginevra il presunto assassino. Durante il processo i legali dell’uomo, professionista presso uno studio a Caserta, suo paese d’origine, hanno tentato di provare che l’imputato non era capace di intendere e di volere negli istanti che hanno determinato l’assurda tragedia. Uno stato di incoscienza dettato, tra l’altro, dai numerosi screzi familiari che avevano di fatto incrinato il rapporto con la moglie. Nel corso del processo di secondo grado sono stati ascoltati diversi consulenti di parte e lo stesso imputato ha inviato una lettera alla Corte per spiegare la sua versione dei fatti. Ma non è bastato per spingere i giudici della quarta sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli (presidente Rosa Romano) a ribaltare la sentenza di primo grado emessa qualche mese fa. Confermata per l’imputato anche la condanna al risarcimento delle parti civili, individuate nell’ex moglie Agnese D’Avino. «Una sentenza che fa giustizia nella consapevolezza che nulla le ridarà indietro la sua bambina», il commento a caldo dell’avvocato Graziano. Entro 30 giorni verranno depositate le motivazioni della sentenza e la difesa avrà la possibilità – se lo riterrà opportuno – di presentare ricorso in Cassazione. L’ultimo atto di una terribile storia costata la vita a una bimba di appena sedici mesi.

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