Finti ricoveri per i boss al San Leonardo di Castellammare: «Così evitano la galera»

metropolisweb,  
Esposto bomba in Procura sui presunti contatti tra sindacalisti e camorra: «È un covo del clan. Fanno saltare le liste d’attesa anche per le visite»

Finti ricoveri per i boss al San Leonardo di Castellammare: «Così evitano la galera»

Castellammare. Boss e affiliati ai clan di camorra riescono a ottenere «ricoveri fittizi all’ospedale San Leonardo per evitare la galera e i processi». E’ un esposto bomba quello inviato alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata e alle forze dell’ordine, che da giorni è finito anche sulle scrivanie dei vertici della Regione Campania, per denunciare «il degrado indescrivibile» del presidio sanitario di Castellammare «che è diventato il punto nevralgico della camorra stabiese». In calce all’esposto ci sono quattro firme che raccontano anche di come i camorristi «non hanno lista d’attesa sia per i ricoveri, sia per le visite specialistiche, perché vengono accompagnati da sindacalisti». Accuse pesanti quelle che si leggono nel documento dove vengono fatti anche i nomi dei presunti personaggi collusi con la criminalità organizzata stabiese e si racconta di un sistema finalizzato a favorire proprio gli affari loschi «come le certificazioni fasulle per ottenere risarcimenti assicurativi». Nel lungo documento di cui sarebbero venuti a conoscenza anche dirigenti dell’Asl Napoli 3 Sud, si fa riferimento anche ad alcune nomine «come quella della Bed Manager», che sarebbe stata fatta senza tenere in considerazione i curriculum e di «registri dei tamponi che sono scomparsi », perché «sono stati fatti risultare tamponi positivi, anche quando non lo erano». Accuse tutte da verificare e per le quali ora toccherà all’autorità giudiziaria decidere se aprire un fascicolo.

Di sicuro non è la prima volta che vengono tirati fuori possibili collegamenti tra la criminalità organizzata di Castellammare di Stabia e persone influenti all’interno dell’ospedale San Leonardo. Recentemente è stato il pentito Pasquale Rapicano a svelare di aver usufruito anche lui di questi rapporti privilegiati per sfuggire agli arresti domiciliari fuori provincia quando ancora faceva parte del clan D’Alessandro.

«A Scafati sono stato poco, perché ho fatto un movimento e sono andato all’ospedale di Ca- stellammare», racconta il pentito ascoltato come testimone dell’accusa nell’ambito del processo Domino, la maxi-inchiesta sul traffico di stupefacenti che ha visto finire alla sbarra una trentina di personaggi, tra cui boss e personaggi di spicco del clan D’Alessandro. «Eravamo già collusi con l’ospedale, mi hanno fatto un finto ricovero. Sono stato molto tempo lì e poi sono tornato a casa». In pratica, stando al racconto del pentito, qualcuno avrebbe firmato un finto ricovero al killer del clan D’Alessandro consentendogli di occupare un posto letto in corsia, nonostante non ne avesse bisogno. Ma, cosa ancor più grave, sapendo di favorire in questo modo l’organizzazione criminale che ovviamente avrebbe potuto avere contatti più facili con un loro affiliato.

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