Politiche, Carmen Di Lauro ci riprova: «Ripartiamo dagli errori»

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Politiche, Carmen Di Lauro ci riprova: «Ripartiamo dagli errori»

Carmen Di Lauro, parlamentare uscente del Movimento Cinque Stelle. Perché ritiene che i cittadini debbano ancora credere nel Movimento?

«Nei giorni precedenti abbiamo lanciato una campagna, si chiama “dillo ad alta voce”: la campagna si riferisce ai risultati raggiunti dal Movimento 5 Stelle che in poco tempo ha portato il Paese a livelli inediti di giustizia sociale e lotta alla corruzione. Risultati spesso oscurati e strumentalizzati da qualche Rete televisiva. Sui nostri canali c’è una lista lunghissima e consultabile rispetto a tutto il lavoro svolto in questi anni. Inoltre, grazie al nuovo corso inaugurato da Giuseppe Conte, subito dopo le elezioni riprenderemo il discorso della strutturazione territoriale del movimento 5 stelle: indispensabile per l’ascolto dei territori e il rilancio del Movimento stesso».

Nel 2018 il Movimento ha raccolto oltre il 34% delle preferenze: ora i sondaggi vi danno al 12%. Cosa è accaduto in questi anni secondo lei?

«È abbastanza prevedibile e fisiologico che una forza politica che sta Governo perda consenso. Sicuramente ci saranno stati degli errori ma si è trattato anche anche della nostra prima volta al Governo durante una delle legislature più difficili della storia della Repubblica italiana».

E’ anche vero, però, che sempre secondo i sindaggi di qualche mese fa il M5S doveva quasi sparire. Invece reggete soprattutto al Sud. Perché?

«Nei nostri territori votare il centrodestra significa, quindi, votare la Lega che propone nei punti del suo programma l’autonomia differenziata, una misura antistorica che danneggerebbe forse irrimediabilmente il sud e in generale il nostro Paese. Questa misura prevede che lo Stato centrale deleghi certe attività ad alcune regioni che ne fanno richiesta che riceverebbero quindi finanziamenti e risorse calcolate in base al criterio della “spesa storica”: questo significherebbe che le regioni del nord che hanno speso negli ultimi anni di più rispetto al resto del Paese in alcuni ambiti, come salute o mobilità, avranno ancora più risorse dallo Stato, sottraendole invece a quelle regioni dove dovrebbe esserci invece un maggiore investimento per colmare il divario strutturale che ben conosciamo. Praticamente ci stanno dicendo che secondo loro il Meridione, che già soffre di un forte divario economico rispetto alle regioni del nord, è destinato ad andare incontro al fallimento. Una politica lungimirante dovrebbe essere consapevole che, se il Meridione non esce da questo circolo vizioso, a pagarne le conseguenze è l’intero sistema Paese e non solo i meridionali. È sacrosanto quindi che un cittadino del sud ci pensi due volte prima di votarli».

Rompere l’accordo col Pd non ha dato via libera alle destre di vincere le elezioni?

«Noi abbiamo semplicemente rivendicato l’importanza delle nostre battaglie come il Salario minimo, la transizione ecologica che di certo non passa per la costruzione di nuovi inceneritori, più fondi per famiglie e imprese in difficoltà anziché per le armi.   Queste sono state le nostre più che legittime richieste al Governo. Draghi ha fatto le sue scelte e il Pd non ha accettato la caduta del Governo, pazienza. La narrazione che occorre essere disponibili a qualsiasi compromesso pur di non far vincere le destre oggi non funziona più».

Sul reddito di cittadinanza è in corso una vera e propria battaglia: perché va difeso così com’è?

«Il Reddito di cittadinanza è un tipo di misura presente in tutta Europa, sono sicura che se questo provvedimento fosse stato portato avanti da qualsiasi altro partito non avrebbe conosciuto questo accanimento.  Dati INPS ci dicono che durante la pandemia il reddito ha salvato dalla povertà assoluta circa 500.000 famiglie, ma c’è dell’altro: non si tratta solo di un paracadute sociale ma anche di un mezzo concreto per sottrarre braccia alle organizzazioni criminali. Tutto è migliorabile e sicuramente anche questa misura lo è, a cominciare dal coordinamento con regioni, centri dell’impiego, Comuni».

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