Giovanna Salvati

Torre Annunziata, la tassa della camorra imposta al Savoia: gli affari sporchi sulla passione dei torresi

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata, la tassa della camorra imposta al Savoia: gli affari sporchi sulla passione dei torresi

La camorra non fa sconti a nessuno, nemmeno al Savoia, la squadra del cuore dei torresi. Anzi, attorno al prato del Giraud ha proliferato per anni la malerba della città. Lo dice il pentito Pietro Izzo: «Già Moxedano pagava mezzo miliardo a Palazzo Fienga», e «le estorsioni sono continuate fino al 2021». Le borse piene di contanti passavano dalle mani dei dirigenti a quelle della camorra proprio all’interno dello stadio intitolato al comandante campione del mondo con la nazionale militare. «Felicio Ferraro accompagnava Giuseppe Carpentieri a bordocampo per ritirare i soldi dalla società» che poi venivano portati alle donne del clan Gionta. Negli anni d’oro del Savoia «la società era costretta a pagare fiumi di soldi peraumentare le mesate degli affiliati. Moxedano li consegnava a me e a Felice Savino».

Gli arrestati

Il blitz scattato ieri mattina fa cadere i veli su uno scenario inquietante. Quattro le persone finite in manette. Il primo: Salvatore Ferraro, alias ‘o capitano, storico ras dei Valentini, uscito pochi mesi fa dal carcere perché ritenuto in pericolo di vita, incompatibile con le condizioni carcerarie. Il secondo: Felicio Ferraro, suo fratello maggiore, ex direttore sportivo del Savoia calcio e di molti altri club del comprensorio. Dalla Turris, Nola, Nocerina, Gragnano ed altri ancora. Il terzo: Giuseppe Carpentieri, considerato il reggente della cosca, marito di Teresa Gionta, dunque genero di don Valentino, uscito dal carcere dopo molti anni e sfuggito ad un agguato di camorra nel 2021 mentre era steso al sole sul tetto del suo appartamento. Il quarto: Salvatore Palumbo, alias ‘o maccato, affiliato della cosca e anche lui sfuggito ai killer in un agguato sotto casa nel luglio 2021. Per i quattro le accuse sono di associazione mafiosa ed estorsione. Le posizioni di altri quattro indagati, tra cui tre donne e lo stesso Izzo, sono state stralciate e inserite in un altro procedimento parallelo. Così come in un altro procedimento collegato sono inseriti almeno altri dieci indagati.Le indagini sono state supportate da una marea di prove: intercettazioni ambientali e telefoniche, indagini patrimoniali e verbali firmati da quattro pentiti: Aniello Nasto,Michele Palumbo e Pietro Izzo, che ha scelto di collaborare con la giustizia quando si è reso conto di essere finito nel mirino dei sicari del clan. Ai soliti e tristi episodi di estorsione ai danni diartigiani, commercianti e imprse, un capitolo corposo si sviluppa solo il nome Savoia calcio.

Pizzo già nel 1999

«La camorra ha spolpato la squadra di calcio cittadina per anni», una delle ultime passioni trasversali in una città violentata e abbandonata, stritolata dal crimine, umiliata dalla crisi e dalla malapolitica. Mentre i tifosi festeggiavano la conquista della serie B, nel 1999, grazie ai gol di Masitto e Nocerino al Partenio di Avellino, il clan Gionta si fregava le mani. Il Savoia diventa da quel momento un bancomat dal quale prelevare i soldi da destinare alle mesate. «Grazie a quelle tangenti le nostre paghe schizzarono alle stelle. Io percepivo 1.400 euro e mi diedero un aumento di 500», racconta il pentito. I tifosi riempivano gli spalti, sottoscrivevano gli abbonamenti e la camorra, indirettamente, si riempiva le tasche.

La tassa sul calcio

Nel corso degli anni la storia è andata avanti: cambiavano i dirigenti ma non la tassa. «Almeno 150mila euro nel 2015», un fiume di soldi prima e dopo. «Nel 2003 e nel 2004 il clan imponeva al Savoia anche i calciatori da inserire nelle formazioni, spesso si trattava di figli e pareti degli affiliati». Il Savoia pagava in silenzio e concedeva omaggi sotto forme di regalie e abbonamenti, che poi venivano girati ai rampolli della cosca. Addirittura è capitato che alcuni medici della società venivano messi a disposizione delle famiglie per curare gli affiliati. «Ancora oggi (le dichiarazioni del pentito Izzo risalgono a marzo del 2022, ndr) la società paga le tangenti, anche se non gioca più a Torre Annunziata ma a Giugliano».

Il ruolo di Ferraro

A fare da tramite tra il bianco e il nero, tra le società e la camorra, racconta il pentito, era sempre Felicio Ferraro, un personaggio notissimo non solo a Torre Annunziata ma anche in tutto il comprensorio, da sempre legato al mondo del calcio dilettantistico con amicizie influenti tra imprenditori e pezzi di borghesia. Felicio Ferraro è insomma il volto pulito della famiglia, le sue conoscenze nel calcio e i suoi incarichi anche nel club di Torre Annunziata diventato maniglie fondamentali per mettere in piedi un gigantesco business. «Nel 2015 è proprio Felicio Ferraro a ritirare la somma di 10mila euro per consegnarla al fratello», racconta Izzo.Felicio Ferraro viene attenzionato per anni dalle forze dell’ordine che lo controllano diverse volte, pizzicandolo spesso in compagnia di pregiudicati. Una sera segnalato proprio in compagnia di Izzo, un’altra volta, invece, è in compagnia di Felice Savino, alias ‘peracotta, che è il cognato di Gemma Donnarumma, moglie di Valentino Gionta.

I signori del racket

Dai verbali del pentito si evince che chiunque arrivava a Torre Annunziata per fare calcio erano obbligati a pagare. «Non mi risulta invece che ci sia stato qualche dirigente che abbia chiesto soldi alla camorra per investirli nel calcio o riciclarli». Negli ultimi anni, così racconta il pentito, le tangenti del Savoia calcio dovevano essere consegnate esclusivamente nelle mani di Giuseppe Carpentieri, il marito di Teresa Gionta. Quindi i contanti venivano gestiti da Salvatore Ferraro che disponeva il pagamento delle mesate alle famiglie degli affiliati. «Anche Carpentieri è uno stipendiato della cosca di Valentino Gionta» e in un’occasione si registrano forti tensioni tra i due boss.

La fede violentata

Con gli arresti di ieri Torre Annunziata scende un altro gradino della scala che conduce all’inferno. Un lettore ci scrive su Fb: «In questa città maledetta erano rimaste due cose: la Madonna della Neve e il Savoia. Hanno infangato una delle nostre fedi».

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