Alberto Dortucci

Revenge porn al carabiniere di Torre del Greco, ricorso dopo la condanna: «Non c’è prova dei filmati»

Alberto Dortucci,  
Trentenne accusato di avere minacciato foto e video dei rapporti clandestini e omosessuali con il militare dell'Arma

Revenge porn al carabiniere di Torre del Greco, ricorso dopo la condanna: «Non c’è prova dei filmati»

Torre del Greco. Finirà davanti ai giudici della corte d’appello di Napoli la storia di amori & tradimenti tra un carabiniere della periferia cittadina e il compagno di trent’anni accusato e condannato in primo grado a due anni e tre mesi per stalking e revenge porn.

A quaranta giorni dal verdetto firmato dal gup Antononello Anzalone del tribunale di Torre Annunziata, la difesa del trentenne – rappresentata dall’avvocato Ivan Marcello Severino – ha presentato ricorso in appello per provare a strappare, alla luce degli elementi emersi dalla sentenza, uno sconto di pena per il proprio assistito.

Chiara la linea difensiva: in primo luogo il «ravvedimento» del trentenne dopo la denuncia presentata dalla moglie del militare dell’Arma e – in seconda battuta – l’assenza di qualsivoglia documentazione fotografica o video per «giustificare» la condanna per revenge porn decisa in primo grado. Insomma, la tormentata relazione omosessuale e clandestina andata in scena all’ombra del Vesuvio avrà una (seconda) appendice giudiziaria. Lo scandalo era scoppiato a inizio aprile, quando – all’indomani della denuncia presentata dalla moglie del carabiniere – il trentenne era stato raggiunto da un’ordinanza di divieto di avvicinamento alle vittime, a cui era arrivato perfino a bruciare la porta d’ingresso della casa.

Successivamente interrogato dal  gip Fernanda Iannone del tribunale di Torre Annunziata, l’uomo aveva riconosciuto i propri errori e si era detto pentito delle proprie azioni: «Ero accecato dal dolore perché la delusione d’amore era stata tremenda. Ho perso la testa e ho sbagliato, ma sono pronto a voltare pagina». Parole a cui erano seguiti i fatti, sotto forma di piena osservanza dei limiti imposti dai magistrati. Una «buona condotta» insufficiente a evitare una condanna a due anni e tre mesi che ora la difera proverà a «ridimensionare» in secondo grado.

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