Vesuvio devastato: se la camorra diventa un alibi
Dietro i roghi che hanno devastato il Vesuvio non basta dire «c’è la camorra». È troppo facile ed è anche troppo comodo. È una pericolosa scorciatoia narrativa degli influencer dell’informazione, ed è un grave errore che sistematicamente commettiamo ogni volta che un disastro doloso scuote il nostro territorio.
Sia chiaro: questo ragionamento non punta a minimizzare l’emergenza camorra, ci mancherebbe altro. Sarebbe un errore grave interpretarlo in questo modo. La presenza criminale in queste aree è ancora una minaccia concreta, quotidiana, soffocante. La camorra esiste e opera, e va combattuta senza tregua. Ma se diventa un alibi, costruito consapevolmente o no, un velo che non ci fa vedere altre responsabilità, magari più silenziose e più “istituzionali”, allora è pericoloso. In quel caso la camorra diventa un’etichetta che copre una parte della verità, che forse mette al sicuro le coscienze ma che non ci consente di analizzare il problema.
I roghi dolosi che hanno devastato ettari di bosco, ucciso animali, intossicato intere comunità, sono il risultato di menti lucide, calcolatrici, che agiscono nell’ombra di una zona grigia dove il crimine si fa impresa e l’impresa si fa crimine. E se la camorra c’entra, è possibile che c’entri di riflesso. Magari come manovalanza. Come strumento. E invece la testa del sistema è altrove: magari nei business che prosperano sul disastro, nei professionisti dell’emergenza, nei portatori d’interesse che vedono nelle sciagure un’occasione per costruire ricchezze.
Occasione di guadagno, di appalti, di ricostruzioni, di bonifiche. Occasioni per chi lavora nel sottobosco delle società appaltatrici, per chi sfrutta falle normative, per chi conta su controlli blandi e istituzioni lente. Occasioni per chi si muove tra le pieghe del legale e dell’illegale, dove nessuno è colpevole, dove tutto è “permesso”, dove, nel caso specifico, evidentemente si guadagna se il Vesuvio brucia.
Non possiamo più permetterci di raccontarla semplice. Non possiamo continuare a credere che basta arrestare un paio di piromani, tirare in ballo famigerate famiglie criminali, tessere connessioni più o meno fondate coi business dei rifiuti e dell’abusivismo. Così non lo spegneremo questo incendio sistemico. Così rischiamo di scivolare nella retorica dell’antimafia e magari finiamo per tollerare un sistema economico che con ogni probabilità fa soldi sulla devastazione, che trova sempre il modo di trarre profitto da ogni ferita del territorio.
La storia insegna che dietro i disastri ci sono omissioni, convenienze, silenzi, che le narrazioni superficiali coprono chi sapeva e non ha agito, chi è pagato per prevenire le sciagure e inevce le lascia accadere. Chi tollera, chi copre, chi asseconda, chi fa finta di non vedere e non denuncia, chi non indaga, chi non controlla. Chi trasforma disastri in modelli di business. Ecco perché non possiamo limitarci a parlare di camorra, ecco perché dobbiamo parlare di tutto quello che le gira intorno e di chi è abile a strumentalizzare il crimine organizzato.
Non c’è fuoco più pericoloso di quello che si accende nell’indifferenza e nella retorica, sotto gli occhi di tutti, purtroppo con la benedizione dell’impunità. Il Vesuvio che brucia è evidentemente il segnale di un sistema malato nel quale ci sono responsabilità precise che vanno indagate. Non ci basta l’idea semplicistica di un esercito di piromani assoldati dalla camorra.

