San Gennaro e il suo tesoro: un bene collettivo da tutelare
Non come evasione dalla realtà o scorciatoia dell’irrazionale, ma come dispositivo profondamente umano. Il miracolo, soprattutto nella cultura mediterranea, è un atto collettivo di fiducia, un linguaggio simbolico attraverso cui una comunità elabora paura, speranza, precarietà. È un racconto condiviso che tiene insieme individuo e corpo sociale, sacro e quotidiano, dando forma a un bisogno universale: credere che il cambiamento sia possibile. In questo senso il miracolo non nega la storia, ma la attraversa, diventando strumento di resilienza culturale, di resistenza emotiva, di costruzione dell’identità. Napoli lo sa da sempre, e San Gennaro ne è il più potente interprete.
Napoli, più di ogni altra città, ha imparato nei secoli a riconoscere i miracoli, a invocarli, a raccontarli. Non solo quelli che sfidano le leggi della natura, ma anche quelli silenziosi e quotidiani: la capacità di resistere, di rigenerarsi, di tenere insieme devozione e ingegno, memoria e futuro. È da qui che occorre partire per comprendere il volto antico e insieme sorprendentemente contemporaneo del Museo della Cappella di San Gennaro, oggi al centro di una nuova stagione culturale. La prossima riapertura delle opere recentemente restaurate segna un passaggio emblematico. Trenta manufatti tra dipinti, busti, oggetti in metallo prezioso tornano a mostrarsi al pubblico grazie a un progetto di collaborazione pubblico-privato che vede insieme la Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, il Museo, la Soprintendenza, Valore Italia, la Scuola di Restauro di Botticino e il sostegno illuminato di Mulino Caputo.
Un modello virtuoso, ormai non più eludibile, in un Paese come l’Italia che custodisce una densità di patrimonio culturale senza eguali al mondo, troppo vasta per essere preservata esclusivamente con risorse pubbliche. Qui il mecenatismo contemporaneo non è marketing, ma responsabilità civica: un gesto che restituisce valore al passato e lo consegna al futuro, trasformando la tutela in un’azione condivisa e partecipata. Il Tesoro di San Gennaro, del resto, è da sempre un bene collettivo. Non appartiene solo alla Chiesa, né soltanto allo Stato, ma al popolo napoletano nella sua interezza. Nell’arte sacra la parola “tesoro” indica la Cappella delle Reliquie; a Napoli, invece, il Tesoro è anche una stratificazione di storie, donazioni, gesti di fede che attraversano oltre cinque secoli. Ori, argenti, bronzi, pietre preziose offerte da sovrani, papi, aristocratici e gente comune raccontano una relazione unica tra un Santo e la sua città. La mitra settecentesca, con le sue oltre tremilaseicento gemme, non è soltanto un capolavoro di oreficeria: è un manifesto identitario. La collana, che raccoglie duecentocinquant’anni di storia europea intrecciata a Napoli, è un racconto politico, sociale e affettivo prima ancora che estetico. Il percorso museale, che dalla Cappella barocca si snoda attraverso le Sacrestie fino alle sale espositive, è oggi pensato come un’esperienza inclusiva e accessibile.
L’audioguida prodotta da D’Uva, gli interventi per la rimozione delle barriere fisiche, cognitive e sensoriali, l’attenzione ai diversi pubblici segnano un cambio di paradigma: il museo non è più luogo di sola contemplazione, ma spazio di relazione, conoscenza condivisa, partecipazione. Emblematica, in questo senso, la scelta di aprire al pubblico il cantiere di restauro, trasformando la tutela in racconto, il lavoro specialistico in esperienza viva. A Napoli anche la conservazione diventa narrazione, occasione educativa, gesto di trasparenza. Questa capacità di tenere insieme sacro e profano, tradizione e sperimentazione, è emersa con forza nelle iniziative espositive degli ultimi anni. La mostra “Per Grazia Ricevuta – Visioni contemporanee dell’Ex Voto” ha rappresentato un momento di svolta. Portare artisti come Yves Klein, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Mimmo Jodice dentro il perimetro simbolico della Cappella del Tesoro non è stata una provocazione, ma un atto di coerenza profonda. L’ex voto, forma arcaica di dialogo con il divino, diventa nel contemporaneo strumento per interrogare la fragilità umana, la malattia, la speranza, la rinascita. In un’epoca segnata da disorientamento e incertezze globali, l’arte torna a farsi preghiera laica, richiesta di senso, gesto di resistenza emotiva. Il celebre monocromo blu di Klein, eccezionalmente esposto accanto ai dipinti di Luca Giordano, ha incarnato visivamente questo cortocircuito temporale: la fede come energia, il colore come atto assoluto, il dono come linguaggio universale. Una mostra corale, diffusa lungo tutto il percorso museale, che ha restituito agli ex voto la loro natura di oggetti carichi di memoria e mistero, capaci di attraversare i secoli trasformandosi senza perdere significato. Ancora una volta, San Gennaro si è rivelato mediatore tra mondi, epoche, linguaggi.
Analoga tensione attraversava “Una Nuvola Come Tappeto” di Giulia Piscitelli. Qui l’artista napoletana ha intrecciato dimensione spirituale e urgenza sociale, offrendo uno sguardo politico e poetico insieme, in dialogo costante con il contesto sacro. Le opere, disseminate lungo l’intero percorso museale, invitavano a riflettere sul presente, sui conflitti, sulle fratture del nostro tempo, riaffermando il ruolo dell’arte come strumento critico e necessario. L’omaggio al Santo Patrono, esposto per la prima volta, suggellava un percorso in cui il passato non è mai nostalgia, ma materia viva da interrogare. Il Museo del Tesoro di San Gennaro oggi è questo: un organismo dinamico che interpreta lo spirito del luogo e quello della città. Napoli, come il suo Santo, non si lascia ingabbiare in una sola definizione. È popolare e colta, devota e irriverente, antica e radicalmente contemporanea. Le iniziative che si sono susseguite non sono semplici eventi culturali, ma atti politici nel senso più alto del termine: costruiscono comunità, generano consapevolezza, riaffermano un’identità aperta e inclusiva. In fondo, il vero miracolo del Tesoro di San Gennaro non è solo il sangue che si scioglie, ma la capacità di parlare ancora al presente, di farsi spazio di dialogo e di futuro. Di ricordarci che la cultura, quando è condivisa e vissuta, può essere davvero una grazia ricevuta.

