L’Italia tra le crepe: da Sarno a Niscemi, la cronaca di una fragilità annunciata
Il fango ha un rumore che non si dimentica, ma la terra che si apre in silenzio fa ancora più paura. Oggi il simbolo di questa paura si chiama Niscemi: una città di 25.000 anime ferita da una faglia di quattro chilometri che sembra voler inghiottire il futuro, proprio mentre il ciclone Harry sferza l’isola. Ma se guardiamo bene tra le crepe dei calanchi siciliani, scorgiamo i fantasmi di Sarno. Sono passati quasi trent’anni da quel maggio del 1998, quando la montagna campana si sciolse travolgendo intere vite, eppure la domanda resta la stessa: quante tragedie servono per trasformare l’emergenza in coscienza?
Il filo rosso che unisce la Campania della fine del secolo scorso alla Sicilia di oggi è una statistica che dovrebbe togliere il sonno: l’Italia ospita il 65% delle frane censite in tutta Europa. Su 900.000 fenomeni censiti nel continente, ben 636.000 sono figli dei nostri versanti. Siamo un Paese che poggia su fondamenta d’argilla e di storia, dove l’8,3% del territorio nazionale è una ferita aperta che coinvolge 25.000 chilometri quadrati.
La quotidiana straordinarietà
Il dramma italiano, come sottolinea l’ANBI, è che abbiamo reso “straordinario” ciò che la natura ci urla essere “ordinario”. La nostra Penisola è per il 75% collinare o montana, una morfologia instabile che l’uomo ha preteso di domare con un’urbanizzazione spesso cieca, cementificando proprio dove l’acqua reclama i suoi spazi. Dal Nord al Sud, la lista dei nomi è un rosario di dolore: Versilia, Messina, le Cinque Terre, Casamicciola. Territori colpiti da “cinematismi rapidi”, frane lampo che non lasciano il tempo di scappare e che rappresentano quasi un terzo del nostro rischio geologico.
Oggi, mentre Niscemi lotta contro la terra che trema e cede, il resto d’Italia vive un paradosso climatico speculare. Se al Sud si contano i danni dei “medicane” — i cicloni mediterranei sempre più feroci a causa di mari troppo caldi — al Nord si prega per una neve che non arriva. In Lombardia, il deficit delle riserve idriche tocca il 37%, con le vette alpine che hanno perso il 60% del loro mantello bianco.
Il salto culturale necessario
Non è più solo una questione di geologia, è una questione di visione. La sicurezza idrogeologica non può essere l’appendice di un programma elettorale, ma deve diventare, come invoca Francesco Vincenzi, la “prima opera pubblica” del Paese. Resilienza e adattamento non sono più termini accademici, ma parole d’ordine per la sopravvivenza.
Sarno ci ha insegnato che la montagna può diventare liquida; Niscemi ci avverte che il suolo sotto i nostri piedi può aprirsi in un attimo. Tra questi due punti estremi della nostra geografia e della nostra storia, ci sono 8 milioni di italiani che vivono ogni giorno con lo sguardo rivolto al cielo o ai versanti.
Affermare il concetto di prevenzione civile significa smettere di rincorrere il disastro e iniziare a curare il territorio prima che si ammali. Significa capire che un fosso pulito, un versante rimboscato o un’area interna non abbandonata valgono più di mille interventi post-emergenza. Il tempo delle analisi è finito; il tempo dei cantieri per la messa in sicurezza è l’unico futuro possibile per un’Italia che non vuole più essere inghiottita da se stessa.

