I giovani e l’amore tossico: il 28% ha fatto sesso da ubriaco. E i partner si geolocalizzano
METROPOLIS YOUNG
13 febbraio 2026
METROPOLIS YOUNG

I giovani e l’amore tossico: il 28% ha fatto sesso da ubriaco. E i partner si geolocalizzano

Conoscono i pericoli in teoria ma vivono abusi reali, i ragazzi che sono sospesi tra il mito del possesso e il buio del blackout alcolico
Alessandra Boccia

I giovani l’amore: i dati del rapporto di Save the Children (“Stavo solo scherzando”) pubblicati alla vigilia di San Valentino, gelano gli entusiasmi romantico. La fotografia scattata sugli adolescenti italiani non è incoraggiante. Ci troviamo di fronte a una generazione che a parole condanna il possesso, che teoricamente riconosce i segnali della violenza di genere, ma che nella pratica quotidiana affonda in dinamiche di controllo ossessivo e, dato ancora più allarmante, in una gestione della sessualità che spesso attraversa la nebbia dell’abuso di sostanze. Un adolescente su quattro ha subito schiaffi, spinte o lancio di oggetti dal partner. Ma c’è un dato che più di altri scuote le coscienze: il 28% dei giovanissimi ammette ha avuto rapporti sessuali occasionali dopo aver bevuto troppo.

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Consenso smarrito nel bicchiere
Il rapporto tra alcol e sessualità sta riscrivendo le regole, o meglio l’assenza di regole, del consenso. Se la cultura del “sì è sì” sembra aver fatto breccia nei dibattiti scolastici, la realtà del sabato sera racconta una storia diversa. Il 28% di intervistati (che sale al 31% tra i maschi e si attesta al 25% tra le ragazze) che confessa di aver vissuto incontri intimi in uno stato di alterazione tale da cancellare i ricordi, apre una voragine etica e sociale. Non è solo “sballo”, è una zona grigia dove la violenza può annidarsi senza essere riconosciuta. È in questo blackout che la vulnerabilità diventa massima e la responsabilità si diluisce, lasciando tracce profonde nella psiche dei ragazzi che, al risveglio, si ritrovano a gestire le conseguenze di azioni di cui hanno perso la titolarità.

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Paradosso della consapevolezza
Rispetto a soli due anni fa, i ragazzi sembrano molto più “istruiti” sui pericoli delle relazioni tossiche. Nel 2024, il 30% degli intervistati considerava la gelosia un segno inequivocabile d’amore; oggi quella percentuale è scesa al 23%. Anche il mito della trasparenza digitale totale vacilla: se prima un adolescente su cinque credeva che scambiarsi le password dei social fosse un gesto romantico, oggi lo pensa solo il 12%. Eppure, a fronte di questa evoluzione del pensiero, i comportamenti reali sono peggiorati. La violenza fisica è aumentata (dal 19% al 25% in due anni), così come quella verbale, che colpisce il 36% del campione. È come se i ragazzi avessero imparato la lezione a memoria, ma non riuscissero ad applicarla quando entrano in gioco le emozioni, la rabbia o il desiderio di dominio sull’altro.

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La dittatura dello smartphone
Lo smartphone sembra un “guinzaglio elettronico”. Il controllo non passa solo attraverso la richiesta delle password, che pure resiste come pratica coercitiva per il 29%, ma si evolve in forme più sottili e pervasive. Una ragazza su tre dichiara di essere stata geolocalizzata dal partner attraverso app di messaggistica. Il 44% dei giovani ha subito pressioni per non uscire con determinati amici, mentre al 40% è stato imposto come vestirsi. Questa sorveglianza digitale viene spacciata per “cura” o “attenzione”, ma nasconde un’incapacità profonda di gestire l’autonomia dell’altro, trasformando il legame affettivo in una prigione virtuale dalla quale è difficilissimo evadere senza scatenare reazioni violente.

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Le macerie del fine rapporto
Se la convivenza della coppia è difficile, la rottura diventa spesso il momento della massima esplosione del conflitto. Il rapporto evidenzia come la fine di una storia sia vissuta come una ferita narcisistica insopportabile. Il 27% dei ragazzi cerca con insistenza l’ex partner dopo l’addio, sfociando in dinamiche di vero e proprio stalking. Ancora più grave è l’uso del ricatto emotivo: il 20% minaccia gesti estremi di autolesionismo per impedire la chiusura del rapporto, mentre un altro 20% utilizza l’arma del “revenge porn” o della diffamazione sociale, minacciando di condividere messaggi privati o foto intime per vendicarsi del rifiuto. È una gestione del dolore che non prevede l’elaborazione, ma solo la distruzione dell’altro, confermando una fragilità emotiva sistemica che le agenzie educative non riescono a colmare.

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Il riflesso delle mura domestiche
Da dove nasce questa aggressività? L’indagine di Save the Children e Ipsos Doxa punta il dito senza mezzi termini verso il contesto familiare. I ragazzi che crescono in famiglie dove la conflittualità è la norma o dove assistono a scene di violenza tra i genitori hanno una probabilità drammaticamente più alta di replicare quegli stessi schemi. Chi vive in un clima domestico negativo usa un linguaggio violento nel 39% dei casi e agisce violenza fisica nel 30%, contro medie molto più basse nel resto della popolazione giovanile. La casa, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza, diventa invece la prima palestra di sopraffazione. In questo contesto, la violenza non è vista come un’anomalia, ma come uno strumento legittimo di negoziazione dei conflitti, un’eredità pesante che i figli portano con sé nelle loro prime esperienze sentimentali.

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L’ignoranza che isola
A completare questo quadro inquietante c’è un dato che riguarda le istituzioni e la comunicazione di massa. In un Paese che discute quotidianamente di femminicidi e violenza di genere, solo l’11% degli adolescenti conosce correttamente il numero 1522, la linea nazionale di emergenza contro la violenza e lo stalking. Questo significa che quasi nove ragazzi su dieci, nel momento in cui subiscono un abuso o assistono a una situazione di pericolo, non sanno a chi rivolgersi. È un fallimento comunicativo che isola le vittime e lascia campo libero ai carnefici. Nonostante ciò, la domanda di aiuto dei giovani è chiara: il 79% degli intervistati chiede che l’educazione sessuale e affettiva diventi una materia obbligatoria a scuola.