Rincorso e ucciso fuori al tribunale di Torre Annunziata: annullato l’ergastolo al killer
CAMORRA
5 marzo 2026
CAMORRA

Rincorso e ucciso fuori al tribunale di Torre Annunziata: annullato l’ergastolo al killer

Condannato in Appello a 20 anni di carcere Catello Martino per l'omicidio di Alfonso Fontana: crollata l'aggravante della premeditazione
Michele De Feo

Rincorso e ucciso fuori al tribunale di Torre Annunziata, annullato l’ergastolo a Catello Martino, accusato di aver ammazzato il 24enne Alfonso Fontana la sera del 7 febbraio del 2024. I giudici della V sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli hanno rideterminato la pena a carico del pluripregiudicato di Castellammare di Stabia a 20 anni di reclusione.

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Accolto in parte il ricorso firmato dall’avvocato Gianluigi Di Ruocco con i giudici che hanno sancito la decadenza dell’aggravante della premeditazione dell’omicidio. Un dettaglio che ha fatto scattare il «clamoroso» sconto di pena. Infatti al processo di primo grado la difesa formulò la richiesta di svolgere il processo con il rito abbreviato. Istanza che fu rigettata dai giudici di primo grado e che invece il collegio giudicante d’appello ha ritenuto legittima. Ora sia la difesa che la procura generale potranno ricorrere in Cassazione, l’ultimo atto di un processo iniziato nel settembre del 2024.

Catello Martino, 53 anni, fu arrestato il pomeriggio del 20 febbraio 2024, due settimane dopo l’agguato. In quei giorni a Castellammare si respirava l’aria dell’inizio di una nuova guerra di camorra perché Alfonso Fontana era imparentato con la famiglia dei «Fasano», gruppo criminale attivo nel rione dell’Acqua della Madonna e acerrima nemica dei D’Alessandro, clan alleato agli Imparato del rione Savorito, cosca satellite dell’organizzazione criminale di Scanzano di cui farebbe parte, con un ruolo di primo piano, Catello Martino, alias ‘o puparuolo.

Il processo in Appello

La Procura Generale aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado, quella in cui i giudici della III sezione della Corte d’Assise di Napoli avevano condannato all’ergastolo Catello Martino riconoscendo le aggravanti della premeditazione, dei motivi abietti e futili e il metodo mafioso. I giudici di secondo grado hanno però ritenuto, come sostenuto dalla difesa di Martino,  che l’omicidio non sia stato premeditato e che il 53enne abbia ammazzato Fontana a seguito della discussione avuta pochi minuti prima del delitto proprio all’esterno del tribunale. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.

 

L’omicidio

E’ la sera del sette febbraio 2024, da poco sono passate le 21:00, quando un commando di quattro persone raggiunge Alfonso Fontana a corso Umberto a Torre Annunziata a pochi passi dal tribunale oplontino. I sicari sono divisi su due ciclomotori. A scendere da uno di questi, secondo l’accusa, è Catello Martino che spara verso il giovane almeno sette colpi di pistola, l’ultimo fatale alla testa. La dinamica è stata ripresa dalle telecamere di sorveglianza di un’attività del posto. La scena ritrae gli ultimi 14 secondi di vita di Alfonso Fontana che ha tentato fino alla fine di fuggire dal suo carnefice. L’inquadratura è posizionata dalla visuale del marciapiede opposto alla pompa di benzina presente nei pressi del luogo del delitto. Dopo pochi istanti si intravede Fontana inseguito da un uomo con in pugno una pistola. In sosta c’è un auto di colore blu al cui interno c’è un uomo sul sedile del guidatore, completamente estraneo ai fatti. Fontana, già zoppicante, gira intorno all’auto salendo sul marciapiede. L’uomo lo insegue sparando nella corsa almeno tre colpi di pistola. Fontana, per tentare di fuggire, apre la portiera dell’auto in sosta dal lato del guidatore, svoltando dall’altro lato della vettura. Ormai esanime si accascia a terra con il killer che lo raggiunge e lo finisce con un colpo alla testa, dandosi poi alla fuga.

Il movente del delitto

Il movente dell’omicidio sarebbe riconducibile ad un furto in casa subito da una parente di Catello Martino commesso da Alfonso Fontana (i familiari del giovane sono costituiti parte civile al processo e sono assistiti dagli avvocati Roberto Attanasio e Raffaele Pucci) e altri complici. Il bottino ammonterebbe a decine di migliaia di euro  e per la Dda costituirebbe una parte della cassa del clan Imparato, la cosca di cui fa parte Catello Martino con roccaforte nel rione Savorito.

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L’appello della difesa

Sessantacinque pagine. Tanto era lungo il ricorso presentato dall’avvocato Gianluigi Di Ruocco per tentare di smontare il castello accusatorio dell’Antimafia (pm Giuseppe Cimmarotta e Valentina Sincero). Dal punto di vista giurisprudenziale la difesa ha sollevato alcune questioni – già fatte presenti nel processo di primo grado – sull’acquisizione di alcune fonti di prova, mentre da quello pratico il legale ha fatto leva su alcune eventuali discrasie (che i giudici non hanno mai evidenziato fino ad ora) sul lavoro svolto dagli investigatori in merito all’identificazione dell’imputato partendo proprio dalle scarpe e dal casco che sono stati sequestrati a casa di Catello Martino. Per la difesa non corrisponderebbero a quelli indossati dal sicario di Fontana al momento dell’agguato. Altro punto su cui si fondava il ricorso è relativo alla comparazione del modo di camminare del sicario con quello di Catello Martino. I carabinieri hanno effettuato, attraverso alcune riprese al carcere di Secondigliano, una sovrapposizione dei frame evidenziando delle somiglianze. Proprio da queste immagini emergerebbe una piccola differenza di altezza tra il sicario e Catello Martino. Motivazioni, quelle in merito all’identificazione di Martino, che però i giudici di secondo grado hanno respinto sancendo che il sicario di Fontana sia il 53enne stabiese.