Il dissesto dei Comuni soffoca il Sud: la Campania resta in grande affanno
L’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti ha riacceso i riflettori su una ferita mai rimarginata del tessuto amministrativo meridionale: l’incapacità dei Comuni di tenere in equilibrio i propri bilanci. Sebbene la relazione del presidente Fabrizio Carrarini abbia evidenziato il sorpasso della Calabria in termini di procedure attive, i dati emersi confermano che la Campania rimane un territorio profondamente segnato da un dissesto finanziario che non è più un’eccezione, ma una condizione strutturale. La competizione al ribasso tra le regioni del Sud descrive un panorama dove la gestione della spesa pubblica è diventata una lotta per la sopravvivenza, con la Campania che continua a lottare contro una mole di debiti fuori bilancio e una cronica difficoltà nella riscossione dei tributi locali.
Il focus sulla realtà campana rivela come lo strumento del riequilibrio finanziario, pensato per evitare il crac definitivo attraverso piani di rientro pluriennali, si sia rivelato spesso un palliativo inefficiente. Molti comuni campani si trovano infatti incastrati in una spirale di pre-dissesto che si trascina per anni senza produrre un reale risanamento, finendo poi inevitabilmente nella dichiarazione di dissesto conclamato.
Questa paralisi amministrativa ha ricadute dirette e pesantissime sulla cittadinanza: un ente in crisi è un ente che deve obbligatoriamente innalzare le aliquote comunali al massimo consentito dalla legge, tagliando contemporaneamente i servizi essenziali, dalla manutenzione stradale alle politiche sociali, e bloccando qualsiasi possibilità di nuove assunzioni per il turnover del personale.
L’analisi della magistratura contabile mette a nudo il fallimento di un sistema che non riesce a invertire la rotta nonostante i ripetuti richiami. In Campania, la crisi non risparmia i grandi centri urbani, dove la gestione delle società partecipate e il peso delle passività pregresse continuano a drenare risorse vitali.
La differenza con il dato calabrese, che oggi registra 350 procedure attive, non deve trarre in inganno sulla gravità della situazione campana: il numero di abitanti coinvolti e la complessità degli apparati burocratici rendono il risanamento dei comuni della Campania una sfida ancora più ardua e stratificata. Il rischio, sottolineato con forza durante l’adunanza, è quello di una cronicizzazione del debito che trasforma i sindaci in semplici curatori fallimentari, privandoli di ogni capacità di programmazione politica ed economica.
Il quadro delineato dalla Corte dei Conti per il 2026 non lascia spazio all’ottimismo. Se da un lato si registra un aumento numerico delle procedure in tutto il Mezzogiorno, dall’altro emerge l’urgenza di una riforma profonda dei meccanismi di assistenza finanziaria agli enti locali. Senza un intervento che agisca sulla capacità di riscossione e sulla semplificazione delle procedure di uscita dal debito, la Campania rischia di restare prigioniera di un modello amministrativo che brucia risorse senza generare valore.
La sfida per i comuni campani resta dunque quella di rompere l’assedio dei creditori e ritrovare una stabilità che permetta di tornare a investire sul territorio, evitando che il dissesto diventi l’unica eredità possibile per le future generazioni.

