Paradosso food. Affari a gonfie vele ma restano 68mila professionisti da assumere
ECONOMIA
11 marzo 2026
ECONOMIA

Paradosso food. Affari a gonfie vele ma restano 68mila professionisti da assumere

Confartigianato lancia l'allarme: mancano oltre 68mila professionisti. Panettieri e pastai le figure più introvabili, con la Campania tra le regioni più colpite dall'emergenza competenze
Marco Cirillo

Il settore del food Made in Italy vive un momento di straordinaria schizofrenia economica: da un lato la conferma di un successo globale che non conosce soste, con un export cresciuto del 4,3% nel 2025, dall’altro l’incapacità cronica del sistema produttivo di reperire le braccia e le menti necessarie per sostenere tale espansione. Il rapporto di Confartigianato, presentato alla Camera dei Deputati durante il convegno “Intelligenza artigiana a tavola”, scatta una fotografia impietosa: su oltre 176mila figure professionali richieste dalle aziende lo scorso anno, ben 68.160 sono risultate praticamente impossibili da trovare. Un vuoto che rischia di trasformarsi in una vera e propria zavorra per uno dei motori trainanti del Pil nazionale.

 

La carenza di personale non è un fenomeno uniforme, ma colpisce con forza chirurgica i mestieri d’arte, quelli dove la manualità e l’esperienza artigiana fanno la differenza tra un prodotto industriale e un’eccellenza DOP. Il dato più allarmante riguarda la categoria dei pastai, panettieri, pasticceri e gelatai: qui la difficoltà di reperimento sfiora il 56%. Entrando nel dettaglio, la situazione diventa drammatica per i panettieri e i pastai, dove quasi il 68% delle posizioni aperte rimane inevaso. In un Paese che ha fatto della pasta e del pane i propri simboli universali, il fatto che quasi sette aziende su dieci non riescano a trovare un fornaio è un segnale di allarme sociale prima ancora che economico.

 

A livello territoriale, la crisi delle competenze attraversa l’Italia da Nord a Sud, pur con sfumature diverse. L’Emilia Romagna guida la classifica del “mismatch” tra domanda e offerta, con quasi novemila figure mancanti, ma la Campania segue a ruota con numeri altrettanto critici: 8.560 posti vacanti su circa 24mila richiesti. Seguono la Lombardia e il Veneto, a dimostrazione che il problema non è legato alla ricchezza di un territorio, ma a una diffusa disaffezione verso i mestieri manuali o a un sistema formativo che non riesce a dialogare con le reali necessità delle 64mila imprese artigiane che operano nella ristorazione e nelle bevande.

 

Il presidente di Confartigianato Alimentazione, Cristiano Gaggion, ha sottolineato come questa “minaccia” colpisca un settore che dà lavoro a quasi 250mila addetti. Sebbene ci sia una crescente sensibilità dei consumatori verso il “Km0” — con oltre 12 milioni di italiani che scelgono prodotti locali, specialmente nel Mezzogiorno — la produzione rischia di incepparsi. Senza una nuova generazione di artigiani, la sostenibilità e la qualità territoriale diventano concetti astratti. Marco Granelli, presidente nazionale di Confartigianato, ha ribadito la necessità di investire seriamente sulle competenze: l’intelligenza artigiana è un patrimonio che non può essere sostituito da nessun algoritmo, ma ha bisogno di giovani disposti a imparare l’arte della trasformazione alimentare.

 

Il successo dell’export è un traguardo di cui andare fieri, ma il rischio è quello di diventare un gigante dai piedi d’argilla. Se l’Italia non tornerà a rendere attrattivi i laboratori di pasticceria, i panifici e i pastifici artigianali, il prestigioso +4,3% di vendite all’estero potrebbe essere l’ultimo record prima di una lenta e inesorabile contrazione dovuta alla semplice mancanza di chi quel cibo, fisicamente, lo deve preparare ogni giorno.