Minori, clan e boom di arresti. L’ombra della camorra sulla Generazione Z
CRIMINALITA'
12 marzo 2026
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Minori, clan e boom di arresti. L’ombra della camorra sulla Generazione Z

Mentre i reati comuni tra gli under 18 registrano una flessione, esplode il fenomeno delle armi bianche e del reclutamento nei clan: nei primi sei mesi del 2025 49 denunce per associazione mafiosa. Molte a Napoli e provincia
Pasquale Santo

L’immagine di una gioventù che cerca sicurezza nel freddo metallo di una lama o nell’affiliazione criminale è il cuore del nuovo rapporto “Dis(armati)” diffuso da Save The Children. I dati raccolti dall’organizzazione delineano una realtà in forte mutamento, dove la violenza giovanile non è più solo un fenomeno episodico, ma sembra strutturarsi in forme sempre più preoccupanti. Nei primi sei mesi del 2025, i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono stati già quarantasei, una cifra che spaventa se confrontata con i quarantanove casi registrati nell’intero arco del 2024. Questa accelerazione, concentrata quasi per la metà tra le città di Catania e Napoli, suggerisce una possibile e inquietante crescita dell’influenza dei clan sulle nuove generazioni.

 

Mentre le denunce per associazione mafiosa aumentano, il rapporto segnala una netta diminuzione dei reati di associazione a delinquere comune, passati dai 109 casi del 2024 ai soli 22 del primo semestre 2025. Tuttavia, questo calo non deve trarre in inganno: la violenza si sta spostando verso reati predatori e aggressioni dirette. Nell’ultimo decennio, i minori coinvolti in rapine sono più che raddoppiati, superando la soglia dei 3-900 casi nel 2024. Parallelamente, sono esplose le denunce per lesioni personali e risse, confermando una tendenza all’efferatezza e allo scontro fisico che trova una “normalizzazione” nell’uso costante delle armi bianche.

 

 

Il fenomeno del porto d’armi tra gli under 18 ha subito un’impennata verticale. Se nel 2019 i minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere erano poco meno di 800, nel 2024 la cifra è salita a quasi 2.000, raggiungendo un picco di oltre 1.000 segnalazioni solo nei primi sei mesi del 2025. Le città metropolitane sono il teatro principale di questa escalation: Napoli e Milano guidano la classifica, con numeri triplicati in cinque anni, seguite da Roma, Bologna e Torino. Le interviste ai giovani protagonisti rivelano un paradosso psicologico: girare armati li fa sentire più sicuri e potenti, ma allo stesso tempo alimenta uno stato di costante nervosismo e precarietà.

 

Un capitolo centrale della ricerca riguarda l’impatto del sistema penale minorile e gli effetti del recente Decreto Caivano. Nonostante negli ultimi vent’anni le segnalazioni totali all’Autorità giudiziaria siano diminuite di circa un terzo, passando da 23.000 a poco più di 14.000, il numero di minori presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni è paradossalmente aumentato, attestandosi a quasi 24.000 unità. Save The Children attribuisce questa discrepanza alla permanenza prolungata dei ragazzi nel sistema penale, dovuta proprio alle restrizioni introdotte dalla nuova normativa, che ha ampliato i casi di custodia cautelare e ridotto l’accesso alle pene alternative al carcere.

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Il quadro che emerge è quello di una generazione “armata” fuori ma profondamente “disarmata” dentro. Dietro la violenza e l’uso di pistole o coltelli si nascondono fragilità psicologiche e relazionali sempre più marcate. Gli adolescenti descritti nel rapporto appaiono spaventati da un mondo esterno percepito come ostile e imprevedibile, segnato da conflitti familiari e sociali. In questo contesto, l’autolesionismo, i tentati suicidi e l’abuso di sostanze diventano le risposte disperate a un disagio che la sola repressione non sembra in grado di scalfire. L’Italia, pur restando uno dei Paesi con il tasso di criminalità minorile più basso in Europa, si interroga oggi sulla necessità di un cambio di passo.

 

L’organizzazione sottolinea con forza che la risposta alla violenza giovanile non può e non deve essere esclusivamente punitiva. La sfida per le istituzioni e per la società civile è quella di riempire i vuoti educativi con percorsi di crescita reale, rafforzando i presidi di ascolto e promuovendo un’educazione alla non-violenza che possa strappare i minori dalle reti della criminalità organizzata. Potenziare le opportunità scolastiche e sociali resta l’unica via per disarmare, nel senso più profondo del termine, una gioventù che rischia di vedere nel clan l’unica forma possibile di protezione e riconoscimento.