La fidanzata di Santo Romano: «Me lo hanno ucciso, la sua storia vive nell’impegno per la legalità»
C’è una notte che a San Sebastiano al Vesuvio nessuno ha mai dimenticato. È la notte sospesa tra il 2 e il 3 novembre del 2024, quando il silenzio dell’autunno fu squarciato da un atto di violenza che stroppò alla vita un ragazzo solare.
Santo Romano non era nato per essere eroe. Era un ragazzo semplice, conosciuto per la sua bontà discreta, per quella capacità rara di ascoltare senza giudicare e di tendere la mano senza chiedere nulla in cambio. E anche quella sera aveva provato a tendere la mano, ad invitare al dialogo dopo uno screzio tra amici per una scarpa calpestata. Ma Santo non aveva fatto i conti con quel ragazzino, più piccolo di lui, appena 17enne che sotto la cintola aveva la pistola e che di li a poco l’avrebbe usata cancellando per sembra la vita di Santo. La notte tra il 2 e il 3 novembre arrivò fredda e immobile. Le foglie cadevano lente, come presagio. All’alba, San Sebastiano si svegliò con una ferita aperta. La notizia si diffuse in fretta, come un vento amaro: Santo Romano era stato ucciso. Il dolore fu collettivo. Non soltanto per la violenza dell’atto, ma per l’ingiustizia. Perché chi lo conosceva sapeva che Romano non aveva armi, se non la sua coscienza. E forse fu proprio quella la sua “colpa”: restare fedele a ciò che riteneva giusto, anche quando il mondo intorno sembrava aver smarrito la bussola.
Aveva invitato il suo killer a non reagire con violenza a quella scarpa calpestata per sbaglio ma in una frazione di secondi tutto cambiò. Santo fu ucciso davanti agli occhi degli amici, della fidanzata Simona Capone che da quel momento ha trasformato il suo dolore in un impegno sociale.
Ed è proprio Simona, ospite a Talk Metropolis a ripercorrere le tappe di quella notte.
Clicca qui per vedere il video dell’intervista
«Ricordo ogni attimo di quella notte, lo sguardo di Santo -dice -quegli occhi che non dimenticherò mai e gli stessi occhi che provo a trasmettere ai giovani che incontro nelle scuole».
La storia di Santo infatti è protagonista di un impegno concreto di Simona che incontra giovani nelle scuole raccontano la storia di Santo ma provando a trascinare i giovani nella sua vita «ho perso Santo, ho perso un pezzo del mio cuore e vorrei che i giovani comprendessero come il pericolo è dietro l’angolo e come è assurdo che ci siano giovani che girano armati».
Simona incontra giovani in tutte le scuole della Campania e non solo e puntualmente si rende conto che ci sono giovani che ormai non sanno nemmeno più sognare: «I sogni sono importanti – dice – e purtroppo mi rendo conto, girando le scuole della nostra Napoli, che ci sono troppi giovani che non sanno nemmeno cosa significa sognare. Non sanno nemmeno cosa faranno dopo la scuola, non hanno un sogno, un desidero, un esempio da seguire, sono giovani spenti, vivono in realtà difficili e contesti particolari nei quali si soneria rassegnati al brutto che c’è, come se non sapessero che invece si può anche emozionare, che la vita è piena di cose belle».
«Io credo che ascoltarmi metta i giovani in condizione di crearsi almeno un interrogativo -incalza ancora Simona – certo non serve a farli cambiare ma a stimolare la loro curiosità e interrogarsi se davvero stanno facendo la scelta giusta, se sanno da che parte stare».
Simona sa bene che però quel ragazzino che ora sta scontando una pena a 18 anni non chiederà mai scusa «lui non lo ha mai fatto,quando è accaduta la tragedia abbiamo solo appreso tramite i giornali che la famiglia di era scusata ma lui non deve chiedere scusa a me o ai genitori di Santo, lui deve cercare perdono con se stesso, ma lui non si è reso conto di quello che ha fatto, di quello che ha fatto ad una comunità intera di giovani. Lui sta scontando la sua vita, gli anni migliori in quattro mura, sta perdendo i suoi anni migliori: a me ha spezzato i sogni ma io continuo a sognare, Santo non ha avuto il tempo di realizzare i sogni tantissimi giovani sono ancora in tempo e a loro va il mio appello, scegliete la strada giusta, siete ancora in tempo».
«Io sono cambiata tanto – conclude – sto imparando ad apprezzare il presente, sogno un mondo che cambi che posso uscire di casa senza avere il timore di incontrare ragazzi armati che ci mettano a rischio». Le lacrime solcano il suo viso e la forza di Simona diventa una testimonianza davvero importante per tanti giovani ma soprattutto per le istituzioni che spesso dimenticando il loro ruolo.

