Il fantasma dei microchip: così la maxi-frode IVA ha sottratto 32 milioni allo Stato
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13 marzo 2026
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Il fantasma dei microchip: così la maxi-frode IVA ha sottratto 32 milioni allo Stato

Il fantasma dei microchip: così la maxi-frode IVA ha sottratto 32 milioni allo Stato. Blitz anche a Somma Vesuviana
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L’ombra della frode fiscale torna a oscurare il settore del commercio elettronico e della componentistica informatica in Campania, rivelando un sistema criminale tanto sofisticato quanto radicato. Una vasta operazione condotta tra le province di Napoli e Caserta ha portato alla luce un giro d’affari basato sul nulla, o meglio, su montagne di carta che servivano a mascherare un’evasione fiscale di proporzioni industriali.

 

Al centro dell’inchiesta coordinata dalla Procura si staglia una cifra che lascia spazio a poche interpretazioni: oltre cinquecento milioni di euro in fatture per operazioni inesistenti. Un volume d’affari virtuale che non corrispondeva a una reale circolazione di beni, ma che serviva esclusivamente a gonfiare i bilanci e a generare crediti IVA fittizi, permettendo alle società coinvolte di abbattere drasticamente e illegalmente il proprio carico fiscale.

 

Il meccanismo descritto dagli investigatori ricalca lo schema classico, ma sempre efficace, della cosiddetta frode carosello, applicata in questo caso a prodotti ad alta rotazione come processori, computer e periferiche. Il cuore dell’inganno risiedeva nel paradosso logistico: mentre i documenti contabili viaggiavano vorticosamente tra una miriade di società “cartiere” e aziende beneficiarie, la merce fisica rimaneva immobile.

 

I componenti informatici, infatti, non lasciavano mai le scaffalature delle piattaforme logistiche in cui erano stoccati. In molti casi, i passaggi di proprietà registrati servivano solo a giustificare i rimborsi d’imposta, mentre i beni oggetto delle transazioni restavano fermi nello stesso capannone, testimoni silenziosi di un traffico che esisteva soltanto sulle scrivanie dei contabili compiacenti.

 

L’intervento del Giudice per le Indagini Preliminari ha cercato di porre un argine a questa emorragia di denaro pubblico, disponendo un sequestro preventivo di proporzioni massicce. I sigilli sono scattati su beni e asset per un valore complessivo superiore ai trentadue milioni di euro, colpendo direttamente il cuore operativo dell’organizzazione. Il provvedimento ha riguardato le partecipazioni societarie in cinque diverse aziende identificate come nodi cruciali del sistema fraudolento, oltre a quattro interi complessi aziendali.

 

Tra le proprietà sequestrate figura anche un imponente capannone industriale situato nel comune di Somma Vesuviana, ritenuto dagli inquirenti uno dei perni logistici attorno a cui ruotavano i passaggi fittizi di merce.
Oltre al danno diretto per le casse dello Stato, l’indagine evidenzia un effetto collaterale devastante per l’economia sana del territorio: la distorsione del mercato. Grazie al risparmio illecito sull’IVA, le aziende coinvolte potevano infatti immettere prodotti sul mercato a prezzi estremamente competitivi, rendendo impossibile la sopravvivenza dei commercianti onesti che operano nel rispetto delle regole fiscali.

 

L’operazione non rappresenta solo un recupero di capitali sottratti alla collettività, ma anche un tentativo di ripristinare condizioni di equa concorrenza in un settore strategico come quello tecnologico, troppo spesso preda di speculazioni e architetture finanziarie illecite.