«Gino Tommasino aveva preso i voti dalla cosca di Scanzano e si era comportato male con la “famiglia” dimenticandosi di…
CAMORRA
31 marzo 2026
CAMORRA
ESCLUSIVA M+ | Delitti ordinati dai boss dei D’Alessandro, condannati i killer «pentiti»
Definitive le condanne per Salvatore Belviso, Renato Cavaliere e Raffale Polito.
Saziarono la sete di sangue dei boss dei D’Alessandro
Venticinque anni di carcere per Salvatore Belviso, sedici per Raffaele Polito, dodici per Renato Cavaliere. Sono diventate definitive le condanne ai killer pentiti del clan D’Alessandro, la cosca egemone nell’area stabiese da praticamente mezzo secolo. Gli ex sicari passati dalla parte dello Stato hanno rinunciato ad impugnare la sentenza di primo grado – beneficiando dello sconto di un sesto della pena – del processo sulla stagione di sangue che ha macchiato le strade dell’area stabiese. La notizia è venuta fuori durante l’ultima udienza del procedimento connesso che si sta tenendo di fronte alla Corte d’Assise del tribunale di Napoli e che vede alla sbarra i boss Vincenzo D’Alessandro e Sergio Mosca, accusati di essere i mandanti del delitto di Gino Tommasino, il consigliere comunale del Pd ammazzato a colpi di pistola il 3 febbraio del 2009 mentre percorreva a bordo della sua auto il viale Europa a Castellammare. D’Alessandro, il boss «poeta», è anche accusato di essere il mandante dell’omicidio di Antonio Vitiello, e del duplice omicidio di Carmine D’Antuono e dell’innocente Federico Donnarumma. Quest’ultimo delitto sarebbe stato ordinato in concorso con Paolo Carolei, già condannato all’ergastolo con il rito abbreviato.
Le accuse
A Belviso, Polito e Cavaliere è già stata riconosciuta la continuazione con altre sentenze passate in giudicato (sono stati condannati in via definitiva con Catello Romano per l’omicidio di Gino Tommasino) ed ora si trovano agli arresti domiciliari in località protetta perché ancora oggi stanno testimoniando ai processi di camorra dell’area stabiese. Salvatore Belviso e Renato Cavaliere (l’esecutore materiale è Catello Romano) sono stati condannati per il duplice omicidio di Carmine D’Antuono e dell’innocente Federico Donnarumma, uccisi nell’ottobre 2008. Mentre Raffaele Polito è stato condannato, insieme ad Antonio Lucchese, per un’estorsione ad un imbianchino che nel 2009 stava effettuando dei lavori a Scanzano, roccaforte del clan D’Alessandro. Un capo di imputazione che sarebbe strettamente collegato, per la Dda, al movente dell’omicidio di Gino Tommasino.
Renato Cavaliere (esecutore materiale) e Salvatore Belviso (ha effettuato dei pedinamenti) sono stati inoltre condannati anche per l’omicidio di Antonio Vitiello, commesso in concorso con Antonio Lucchese, condannato all’ergastolo. Salvatore Belviso invece è stato condannato per l’omicidio di Nunzio Mascolo, alias ‘o brisc, commesso in concorso con il killer laureato Catello Romano, che ha confessato i delitti di cui si è macchiato e per i quali ha incassato l’ergastolo. La sentenza ai tre collaboratori di giustizia, ormai diventata definitiva, è l’ennesima prova a carico degli imputati al maxi processo che si sta svolgendo seguendo due procedimenti paralleli. Mentre Vincenzo D’Alessandro e Sergio Mosca hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario (il primo grado è tutt’ora in corso), Paolo Carolei, Antonio Lucchese e Catello Romano hanno scelto la strada del rito abbreviato incassando l’ergastolo. A fine mese inizierà il processo a loro carico di fronte alla Corte d’Assise d’Appello.

Il delitto Tommasino
Il gruppo di fuoco
L’inchiesta da cui è scaturito il processo ha ricostruito quello che erano le dinamiche del braccio armato del clan D’Alessandro tra il 2008 e il 2009. In quegli anni, secondo la Dda, la cosca di Scanzano era retta da Vincenzo D’Alessandro, terzo figlio del padrino defunto Michele, Sergio Mosca (suocero del boss Pasquale D’Alessandro, fratello di Vincenzo) e Paolo Carolei, affiliato di lunga data del clan e garante dell’alleanza tra i D’Alessandro e i Di Martino di Gragnano.
Sotto di loro, secondo la Dda, operavano i componenti del gruppo di fuoco composto da Salvatore Belviso, Renato Cavaliere, Raffaele Polito e Catello Romano (l’unico componente che non si è mai pentito ma che però ha confessato i delitti che ha commesso). I collaboratori di giustizia, ma anche in parte Romano nella sua tesi di laurea, hanno raccontato tutti i retroscena e le dinamiche del gruppo di fuoco: dai rituali prima degli omicidi (il bacio della morte), passando per i battesimi che il boss Vincenzo D’Alessandro effettuava per sancire i nuovi ingressi nella «famiglia D’Alessandro», sino ad arrivare a descrivere l’abbigliamento che i killer dovevano indossare (ognuno di loro aveva un orologio su cui era disegnato un teschio) e al «rigido» codice comportamentale che dovevano seguire. Il boss Vincenzo D’Alessandro, da quanto raccontano i pentiti, vietava categoricamente ai suoi killer di fare uso di droga affinché fossero sempre lucidi e più precisi nel commettere le sentenze di morte che dovevano eseguire.
Il gruppo di fuoco, viene descritto nelle informative, come «una macchina di morte perfetta» e che avrebbe funzionato sino all’omicidio di Gino Tommasino. Fu Raffaele Polito il primo a pentirsi. Sentito il fiato sul collo delle forze dell’ordine il sicario si consegnò alla polizia facendo i nomi dei suoi compagni che pochi mesi dopo vennero arrestati. Durante il processo di primo grado per il delitto Tommasino si pentì anche Salvatore Belviso e, dopo aver incassato l’ergastolo, passò a collaborare con la giustizia anche Renato Cavaliere. Catello Romano, all’epoca 18enne, invece, iniziò a raccontare i segreti del clan D’Alessandro per poi ritrattare tutto rendendosi protagonista di una incredibile fuga dalla località protetta dove era stato trasferito.
Le missioni di morte
Sono quattro gli omicidi ricostruiti dall’inchiesta, di cui uno è duplice. Per la Dda Carmine D’Antuno fu ucciso per vendicare la «strage delle Terme» in cui morì Domenico D’Alessandro, fratello del padrino defunto Michele. Nunzio Mascolo che fu ucciso su ordine di Salvatore Belviso per uno «sgarro subito». Antonio Vitiello perchè secondo la Dda aveva trattenuto per sè delle quote su delle estorsioni. Gino Tommasino perchè avrebbe tradito gli «accordi» presi con i boss Scanzano e poichè la vittima dell’estorsione (suo parente) per cui sono stati condannati Polito e Lucchese, per i boss avrebbe denunciato la cosca alle forze dell’ordine. Una voce infondata ma che avrebbe fatto andare su tutto le furie Sergio Mosca.

Il duplice omicidio D’Antuono – Donnarumma

