Il suo obiettivo era «zittire una volta per tutte» quella donna. Mettere a tacere Matilde Sorrentino, la mamma- coraggio di…
CAMORRA
20 aprile 2026
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Mamma coraggio, ennesimo colpo di scena al processo: dubbi sulla credibilità di un pentito
La difesa di Tamarisco ha chiesto infatti una verifica sull’attendibilità delle dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Pietro Izzo, un tempo ras del clan Gionta, che lo scorso anno ha ritrattato in aula – in un diverso procedimento – tutte le accuse rese ai magistrati dell’Antimafia. Tra queste, logicamente, anche quelle relative all’omicidio di Sorrentino. La Corte ha accolto la richiesta di approfondimento e ha rinviato l’udienza a giovedì, quando si pronuncerà sull’eventuale acquisizione o meno delle dichiarazioni di Izzo.
Sono passati ventidue anni dalla sua morte, eppure nelle aule di giustizia «Mamma coraggio» continua a cercare verità. È entrato nel vivo ieri mattina il processo di appello “bis” a carico del boss Francesco Tamarisco, ritenuto dagli inquirenti il presunto mandante dell’omicidio di Matilde Sorrentino, la donna uccisa il 26 marzo 2004 a Torre Annunziata con quattro colpi di pistola, perché avrebbe denunciato un giro di pedofilia che coinvolgeva, come vittima, anche suo figlio.Dopo l’annullamento della condanna all’ergastolo da parte della Cassazione, ieri davanti alla Corte d’Assise d’Appello si sarebbe dovuta tenere la requisitoria della Procura Generale. Ma un nuovo colpo di scena ha rallentato ancora una volta il cammino verso una verità giudiziaria definitiva.
La difesa di Tamarisco ha chiesto infatti una verifica sull’attendibilità delle dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Pietro Izzo, un tempo ras del clan Gionta, che lo scorso anno ha ritrattato in aula – in un diverso procedimento – tutte le accuse rese ai magistrati dell’Antimafia. Tra queste, logicamente, anche quelle relative all’omicidio di Sorrentino. La Corte ha accolto la richiesta di approfondimento e ha rinviato l’udienza a giovedì, quando si pronuncerà sull’eventuale acquisizione o meno delle dichiarazioni di Izzo. Un ulteriore rinvio che si inserisce in una vicenda giudiziaria complessa e segnata da continui ribaltamenti, destinata a prolungare ancora i tempi di un processo che da anni cerca di fare luce sui mandanti del delitto di mamma coraggio.
Le testimonianze dei collaboratori di giustizia non erano bastate a sostenere in maniera definitiva l’accuse dell’Antimafia contro Tamarisco. È stata proprio questa la base della decisione con cui la Corte di Cassazione ha annullato l’ergastolo inflitto al presunto mandante, ritenendo insufficienti le prove raccolte per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio il suo ruolo nell’omicidio. Resta dunque sospesa la verità su chi ordinò l’esecuzione di quella donna che aveva infranto il muro di omertà nel rione Poverelli.
Un delitto che, invece, ha già un esecutore materiale: Alfredo Gallo, condannato in via definitiva per aver sparato i colpi che uccisero Matilde davanti alla porta di casa: due in testa e due al cuore. Le indagini, nel corso degli anni, si sono basate in larga parte sulle dichiarazioni di numerosi pentiti, tra cui Alessandro Montella, Michele Palumbo, Giuseppe Pellegrino, Massimo Fattorusso e lo stesso Pietro Izzo.
A questi si sono aggiunte le testimonianze di altri soggetti legati al contesto criminale locale. Racconti che hanno permesso di avviare verifiche anche sui flussi di denaro, facendo emergere anomalie nei movimenti economici riconducibili alla famiglia dell’esecutore materiale. Tuttavia, il nodo centrale resta la fragilità probatoria di queste dichiarazioni. Molte di esse sono infatti dichiarazioni “de relato”, cioè su informazioni apprese dai collaboratori di giustizia indirettamente e non su conoscenze dirette. Anche le versioni fornite da Izzo, considerate inizialmente tra le più rilevanti, si sono rivelate contraddittorie: in un primo momento disse di aver appreso i dettagli dell’omicidio direttamente da Gallo, successivamente parlò invece di confidenze ricevute da ambienti del clan. Un quadro che ha portato la Cassazione a richiamare il principio del “dubio pro reo”, smontando di fatto l’impianto accusatorio e imponendo un nuovo processo in corte d’appello che terminerà la prossima settimana. Salvo ulteriori rinvii.

