Napoli, maxi sequestro di droga al porto: due narcos avevano oltre 500 chili di hashish
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I porti della Campania si confermano snodi strategici non solo per l’economia legale, ma anche per i traffici illeciti delle organizzazioni criminali. Il 2025 ha già fatto registrare quattro episodi critici legati al traffico di rifiuti, con un focus particolare sugli scali di Napoli e Ischia, dove le indagini della DDA hanno svelato scenari inquietanti che intrecciano emergenze ambientali e rotte transfrontaliere.
Il caso Ischia: i rifiuti delle emergenze
A Casamicciola Terme, l’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia ha portato al sequestro di una nave adibita al trasporto marittimo. L’inchiesta ruota attorno alla gestione dei materiali derivanti dalle grandi ferite dell’isola: il fango dell’alluvione del 2022 e i detriti delle demolizioni post-sisma del 2017. Sotto la lente degli inquirenti, un presunto traffico di merci pericolose mascherate da materiali inerti, a dimostrazione di come la criminalità riesca a speculare persino sulle cicatrici del territorio.
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Il “falso recupero” al porto di Napoli
Nello scalo partenopeo, il sequestro ha riguardato invece un carico imponente: 370 tonnellate di scarti industriali provenienti da una società di Caivano. Il carico, ufficialmente destinato a un’acciaieria in Turchia come materiale ferroso per altoforno, nascondeva una realtà ben diversa. Le analisi tecniche hanno rivelato un mix pericoloso di rifiuti solidi urbani, batterie esauste, oli, plastiche e schede elettroniche. La documentazione di accompagnamento è risultata totalmente falsa: nessuna attività di trattamento o recupero era mai avvenuta.
L’ombra dei clan sulle infrastrutture
I dati storici confermano una tendenza radicata. Secondo le relazioni di DNA e DIA pubblicate negli ultimi trent’anni, in Campania sono stati censiti ben 14 clan attivi nel controllo o nello sfruttamento di 5 scali portuali.
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Il cambio di strategia
L’elemento di novità segnalato dagli analisti riguarda la natura degli scali coinvolti: non più solo i grandi hub commerciali, ma anche i porti minori e turistici. Questi spazi diventano strategici non solo per il traffico di merci, ma per il controllo dell’intera economia portuale. Le organizzazioni criminali dimostrano così una straordinaria capacità di adattamento, trasformando le infrastrutture pubbliche in hub di smistamento per il “dirty business” globale, ai danni dell’ambiente e della salute pubblica.