Domeniche senza la Turris: la città che non tifa più
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7 maggio 2026
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Domeniche senza la Turris: la città che non tifa più

Torre del Greco senza calcio da un anno e mezzo Anche l’indotto paga dazio dopo la lunga assenza
Alfredo Izzo

È una domenica pomeriggio di inizio maggio, è primavera, stadio Amerigo Liguori. Il silenzio che avvolge gli spalti e il rettangolo verde di Torre del Greco non è quello di una città in pausa, ma il sibilo tagliente di un’assenza che pesa come un macigno. La stagione sportiva 2025-2026 segna per il calcio torrese uno spartiacque. Per la prima volta dopo decenni di storia gloriosa e di scalate nel professionismo, la Turris non abita più qui. Non ci sono i cori, non c’è il rito collettivo del caffè pre-partita nei bar del centro cittadino, non c’è quella vibrazione elettrica che per novanta minuti univa generazioni di corallini sotto un’unica bandiera.

L’assenza della Turris

L’assenza della Turris dal campionato in corso è un’anomalia sistemica che ha trasformato Torre del Greco – la quarta città della Campania – in una vera e propria orfana sportiva. Questo vuoto va ben oltre la semplice mancanza di una partita domenicale: è una profonda ferita identitaria, un corto circuito che ha spento uno dei motori sociali e passionali più potenti del territorio.Le Cause del Declino: Dall’era Colantonio alla Gestione CapriolaLa parabola discendente che ha portato all’attuale blackout ha radici profonde. Tutto nasce dalle macerie di una gestione societaria che non ha saputo reggere l’urto con la realtà economica del calcio moderno.Il declino si è articolato in diverse fasi:La stabilità iniziale: Dopo la fine dell’era firmata da Antonio Colantonio, il club aveva raggiunto una discreta stabilità con il ritorno in pianta stabile in Serie C.

Il passaggio di consegne: Il subentro della gestione guidata da Ettore Capriola si è rivelato l’inizio della fine, trasformando la transizione in una spirale di incertezze.

Le cause del fallimento: Promesse inevase, scadenze burocratiche sistematicamente mancate e la forte bagarre interna tra Colantonio e Capriola hanno bloccato le attività del club.L’Epilogo della Stagione 2024/2025Le difficoltà gestionali sono esplose in tutta la loro gravità durante la stagione 2024/2025. Tra penalizzazioni in classifica e una crescente sfiducia dell’ambiente, si è arrivati all’impossibilità tecnica e monetaria di formalizzare l’iscrizione al campionato successivo.Torre del Greco si trova così a fare i conti con un’assenza pesante, che ha cancellato temporaneamente decenni di storia calcistica gloriosa.

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Il fallimento non solo sportivo

Il fallimento non è stato solo sportivo, ma strutturale. La Turris è rimasta schiacciata tra debiti pregressi e l’assenza di garanzie fideiussorie solide, finendo per restare fuori dai ranghi della Federcalcio. Il sindaco Luigi Mennella, come garante istituzionale, detiene oggi un ruolo di interlocutore tra figure interessate a far rinascere la Turris, tifosi e istituzioni sportive. Mennella dovrà infatti valutare la serietà delle proposte di rinascita del club. La fase di stallo è però snervante. Da un lato c’è l’urgenza di non disperdere il patrimonio sportivo. Dall’altro la necessità di evitare nuovi avventurieri. I corridoi della politica locale sono diventati il centro nevralgico di trattative sottotraccia, rumors e abboccamenti. L’assenza dai campi della Turris significa per molti giovani non avere più un punto di riferimento. Una maglia da sognare o un modello di appartenenza territoriale. Ma le conseguenze non sono solo sentimentali. Anche l’indotto subisce un duro colpo.

La Turris era una micro-economia circolare che alimentava non solo sogni ma visibilità per i marchi locali e per tanti piccoli commercianti che vedevano incrementare i propri incassi nei giorni delle partite in casa. Senza il calcio, la città ha perso una delle sue vetrine più prestigiose. Questa crisi obbliga a una riflessione più ampia sulla fragilità del sistema calcio italiano nelle categorie inferiori. La vicenda della Turris non è un caso isolato. E’ il sintomo di un modello economico spesso insostenibile, dove i costi di gestione superano drasticamente le entrate da botteghino e sponsorizzazioni. Nelle serie minori, il calcio vive troppo spesso sulla schiena di singoli mecenati o di cordate volatili, rendendo quasi impossibile la costruzione di progetti a lungo termine basati sulla patrimonializzazione e sulla continuità. La mancanza di controlli preventivi più stringenti trasforma il calcio di provincia in una scommessa continua, dove il rischio non è solo perdere una partita, ma veder sparire decenni di storia in poche ore.

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Futuro ancora nero

Gli scenari futuri, al momento, appaiono estremamente ristretti. Dopo i rifiuti di Baraldi e Langella e il naufragio del progetto Passeggio, la via maestra resta quella di una ripartenza dalle categorie inferiori. Forse dall’Eccellenza o dalla Promozione, a patto che emerga una cordata di imprenditori locali disposti a unire le forze. Non si tratterebbe di una scalata veloce, ma di una ricostruzione lenta e faticosa. Partendo dalle fondamenta: il settore giovanile e le infrastrutture. La Turris si trova quindi a un bivio esistenziale che non ammette ulteriori indugi. La realtà è cruda. Il tempo delle promesse e dei proclami è finito nel momento in cui i tribunali hanno preso il sopravvento sul campo. Il rischio di perdere un patrimonio sportivo ottantennale è reale e imminente. Se non si troverà la forza di fare sistema, se l’imprenditoria locale e le istituzioni non riusciranno a produrre un progetto di reale sostenibilità, il silenzio del Liguori diventerà il monumento funebre a una storia che meritava un finale diverso. La rinascita è possibile, ma la fine di un’incertezza che ha già consumato troppe speranze.