Ercolano, usura nel nome del clan: 3 arresti. Violenze per i soldi delle «rate»
CAMORRA
12 maggio 2026
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Ercolano, usura nel nome del clan: 3 arresti. Violenze per i soldi delle «rate»

Un indagato in carcere e due ai domiciliari
metropolisweb

Ercolano. Per mesi avrebbe pagato senza riuscire a liberarsi dal debito. Duemila euro alla volta, consegnati con la speranza di chiudere i conti e sottrarsi a una pressione diventata soffocante. Ma i soldi non bastavano mai perché per gli usurai erano solo interessi: il prestito iniziale restava intatto, mentre attorno all’imprenditore di Ercolano si stringeva un clima fatto di minacce, aggressioni e intimidazioni riconducibili ai metodi della criminalità organizzata. È il cuore dell’inchiesta che ha portato all’esecuzione di tre misure cautelari tra Ercolano e Torre del Greco: un indagato è stato condotto in carcere, altri due sono finiti agli arresti domiciliari nell’ambito di un’indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli. Le accuse contestate sono usura ed estorsione aggravate dal metodo mafioso.

Il prestito e le rate

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati – ritenuti vicini agli ambienti del clan Birra – avrebbero concesso a un imprenditore del territorio un prestito da 50.000 euro destinato a finanziare un investimento all’estero. Il denaro, tuttavia, sarebbe stato accompagnato da interessi usurari e da un sistema di pressioni sempre più pesante. L’imprenditore, nel corso dei mesi, avrebbe restituito circa 48.000 euro attraverso rate da duemila euro ciascuna. Ma per gli usurai la somma sarebbe stata considerata soltanto il pagamento degli interessi, mentre il capitale iniziale continuava a essere preteso integralmente. Quando la vittima avrebbe manifestato difficoltà nel sostenere le richieste, sarebbero iniziate le minacce e le aggressioni. Le indagini parlano di intimidazioni ripetute e violenze utilizzate per costringere l’uomo a continuare a pagare. Modalità che – secondo l’antimafia – richiamano chiaramente i metodi tipici della criminalità organizzata e che hanno portato alla contestazione dell’aggravante mafiosa.

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La denuncia della vittima

Decisiva per l’avvio dell’inchiesta è stata la denuncia dell’imprenditore ai carabinieri. In poco più di un mese i militari hanno ricostruito l’intera vicenda, raccogliendo gli elementi confluiti nell’ordinanza cautelare emessa dal gip del tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea.

Parla l’ex sindaco

La vicenda riporta l’attenzione su un fenomeno che per anni ha segnato il tessuto economico e sociale di Ercolano. A intervenire è stato anche il consigliere regionale di Casa Riformista nonché ex sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto: «Per anni il pizzo e l’usura sono stati una vera e propria scure sulle attività commerciali e sulla libertà dei cittadini. Tutti erano costretti a pagare e la criminalità organizzata era padrona del territorio”, ha dichiarato Ciro Buonajuto, sottolineando il ruolo svolto dalle istituzioni, dalle associazioni antiracket, dalle forze dell’ordine e soprattutto dai cittadini che hanno scelto di denunciare. L’ex sindaco ha ribadito la necessità di impedire qualsiasi ritorno al passato. «Quella rete criminale è stata sgominata e non deve più rinascere. Ogni tentativo di rialzare la testa va fermato immediatamente. Nessuno a Ercolano è disposto a tornare a quei tempi bui in cui la camorra seminava paura e controllava il territorio». L’ex sindaco ha poi evidenziato anche la necessità di rafforzare gli strumenti di sostegno per le persone in difficoltà economica. «Dobbiamo continuare a costruire strumenti concreti di tutela – ha concluso lo storico figlioccio dell’ex premier Matteo Renzi – affinché nessuno venga lasciato solo e possa cadere nelle mani della criminalità».

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