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16 maggio 2026
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MYPOLIS | Il Museo di Pietrarsa. L’officina del tempo, dove l’Italia diventò moderna

La prima ferrovia, il primo eccidio di operai, la chiusura e la rinascita. Viaggio nei padiglioni col direttore Oreste Orvitti: «Qui ci lavorava mio padre, è stata la mia casa da bambino. Questo è il museo ferroviario più bello d'Europa»
Raffaele Schettino

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Binari che sanno di ferro e di salsedine, macchine monumentali che hanno dimezzato le distanze nel nostro Paese. Siamo a Pietrarsa, a Portici, la culla delle ferrovie italiane. Il direttore del museo, Oreste Orvitti, ci accompagna in un viaggio meraviglioso, dove la terra finisce e la storia inizia a correre.

1839. Tre ottobre. Sui convogli trainati dalla locomotiva Vesuvio viaggia re Ferdinando II, sovrano delle Due Sicilie. Il convoglio percorre la prima strada ferrata costruita in Italia, collega a Napoli a Portici: 7 chilometri, più o meno, percorsi in 11 minuti. E’ una svolta. E’ il giorno della rivoluzione. Il momento in cui il sud conferma di essere il motore dell’innovazione tecnologica e scientifica.

«Il 1839 è una data storica che segna il passaggio dal trasporto con i cavalli al trasporto con i cavalli vapore. Era nata la locomotiva a vapore per il trasporto nel Regno borbonico. Le due città collegate erano Napoli e Portici in questo meraviglioso percorso sulla linea di mare, poi estesa qualche anno dopo fino a Nocera Inferiore, con la diramazione a Torre Annunziata per Castellammare. Un percorso fatto di stazioni, di treni, fatto di uomini che credevano in un futuro nuovo. Immaginiamo la folla festante quel giorno. Era un’innovazione, il popolo napoletano che scende in strada a vedere questo gioiello del futuro che sbuffava. Immaginiamo la nobiltà, la famiglia reale che da villa del Carrione, una villa porticese raggiunge Napoli. La stazione a via dei Fossi, oggi Piazza Garibaldi, fu realizzata dopo qualche anno, quindi la stazione iniziale era Portici. Di quel treno ospitiamo una riproduzione fedele nel museo dei Pietrarsa. Un’inaugurazione realizzata con due locomotive a vapore, una di queste era la Vesuvio, che arrivavano da una fabbrica inglese di proprietà di John Stevens, un genio che aveva creato la locomotiva a vapore dove fui costruito il prototipo di tutte le locomotive a vapore che custodiamo in questo museo c’è la storia del vapore. Mezzi che ci fanno capire quanto l’uomo fosse visionario. Il Regno dei Borbone aveva messo un grosso masso per la crescita culturale tecnologica del Sud».

 
Il direttore del Museo di Pietrarsa, Oreste Orvitti

Anno 1840. Re Ferdinando II di Borbone, con un decreto regio, decide di acquistare solo sul quale nascerà il complesso di Pietrarsa. L’Opificio Meccanico. E’ il momento in cui il regno si affranca dalla supremazia inglese e francese. 

«Il nome di Pietrarsa è legato alla località ricoperta da una colata lavica del 1631, un’eruzione violentissima del Vesuvio che coprirà la Leucopetra, la pietra bianca di questa località. In questa area affacciata sul mare, dove già c’erano dei presidi militari dell’esercito e della Marina, il re decide di realizzare il più grande opificio industriale del regno. All’interno di queste officine si pensava di realizzare non solo quelle che poi erano le armi che sarebbero servite ad aumentare l’efficienza bellica di un regno vessato da potenze europee, ma si immaginò di realizzare e assemblare le locomotive che arrivavano dall’Inghilterra. Pensiamo che le locomotive inizialmente erano importate dall’Inghilterra ma successivamente il genio napoletano e la capacità delle maestranze sono stati in grado di carpire le tecnologie inglese e affrancarsi anche sul fronte della produzione artigianale».

Il 6 agosto del 1863, l’Italia è un Paese unito da due anni circa, ma a Napoli si vive l’illusione di una svolta economica e sociale che non è arrivata. Nelle fabbriche, e anche a Pietrarsa, si vivono giorni di tensione e di scontri. I bersaglieri sparano sugli operai: le cronache dell’epoca parlano di quattro morti e 20 feriti. E’ il primo eccidio della storia operaia d’Italia.

«Immaginiamo le condizioni di quegli operai orgogliosi capaci di realizzare opere inimmaginabili a cui viene promesso un futuro roseo fatto di aumenti di stipendio, di lavorazione, di futuro per i figli. All’improvviso vedono deluse le proprie aspettative a causa di una politica che vuole portare le produzioni di eccellenza al nord. Le loro aspettative vengono disattese dalla gestione scellerata di un governo che porta le ore di lavoro a 11, che minaccia e decide licenziamenti in tronco. Persone costrette a lavorare ai piedi degli altiforni per ore prima, licenziate una dopo l’altra dopo. Questi uomini valorosi scelgono di occupare le officine per rivendicare i loro diritti, sono momenti importanti che segnano i primi moti sindacali, che anticipano di circa 20 anni quelli di Chicago. Molti operai muoiono per difendere il proprio lavoro, per rivendicare i diritti. Verranno caricati dalla forza pubblica, chiamata occasionalmente dalla direzione delle officine, e alla fine delle cariche si conteranno 4 morti e 20 feriti. Sono le cronache dell’epoca, ma molte verità furono taciute. Molti gli operai non si presenteranno più al lavoro, vuol dire che i corpi erano stati portati via dalle famiglie. Da quel momento, si registra un decadimento: le lavorazioni vengono spostate e gli operai diminuiscono. Dobbiamo attendere una nuova riorganizzazione, intorno al 1880, per una nuova gestione dei processi aziendali che porterà Pietrarsa a risorgere. E allora qui si costruiranno locomotive in appena 30 giorni. Anche gli inglesi si affacceranno a questa meraviglia, apprezzeranno la capacità industriale di queste officine».

L’ultima locomotiva che viene riparata nei padiglioni di Pietrarsa lascia i padiglioni il 20 dicembre del 1975. Da quel momento, la produzione cessa e nel 1977 iniziano i lavori per l’allestimento del museo. Nel 1989 l’apertura del complesso museale gestito dalla Fondazione delle Ferrovie dello Stato. 

«All’alba del secolo scorso, dopo anni di passione e di tensione,  erano nate le Ferrovie dello Stato. Si era ormai nel 1905. Pietrarsa non costruiva più locomotiva a vapore ma le riparava. E m volte sono esposte ancora qui, sotto i padiglioni. Il momento della chiusura fu un giorno tristissimo. Quando l’ultima locomotiva lascia Pietrarsa, una folla di operai e di famiglie piange. Le maestranze rimaste verranno trasferite a Santa Bruna e Pietrarsa diventa un progetto di memoria per tramandare ai posteri il sacrificio degli operai e l’efficienza dell’ingegneria ferroviaria italiana. Nel 1982 iniziano i lavori. Rimarranno in piedi solo quattro grandi padiglioni che oggi ospitano l’esposizione meravigliosa. Pietrarsa ha un grande pregio, quello di trovarsi in un luogo magico, al centro del golfo di Napoli. Qui si respira il vero profumo della nostra terra. La natura e l’archeologia industriale. Un percorso unico al mondo. Visitare questi padiglioni espositivi significa vivere un’esperienza straordinaria tra pezzi di una collezione che raccontano la genialità degli ingegneri delle ferrovie italiane».

Direttore, dirigere il museo di Pietrarsa per lei è un motivo di orgoglio. Uno perché lei è di Portici, la città che ospita il complesso. Due, perché suo padre ha lavorato qui in questi padiglioni.

«La mia è un’esperienza d’amore. Sono il custode di della storia di un uomo che ha lavorato per queste officine, ma anche della storia di tutti gli uomini che hanno vissuto la passione del loro lavoro. Posso dire di aver vissuto le esperienze degli operai di Pietrarsa dal vivo. Conosco i fumi, conosco i suoni, conosco i posti, conosco dove gli altri bambini si nascondevano. Qui si viveva in famiglia, gli operai aiutavano gli altri operai nei momenti del bisogno. Ricordo il momento della Befana del ferrovieri: tutti i bambini riuniti all’interno delle officine. Si sentiva addosso anche il senso di appartenenza. Dunque ritrovarmi qui da direttore forse è un segno del destino. La vita mi ha offerto di ritornare sui miei passi passi, su quelli della mia famiglia, della mia storia. Io credo che le cose accadono sempre per un progetto che più alto di noi».

A proposito di bambini, in questo museo ne arrivano tantissimi: che sensazione regala raccontare loro quello che siamo stati, la nostra storia, le nostre radici? «Fondazione ferrovie dello Stato ha nelle sue mission, quelle di educare le giovani generazioni all’utilizzo del treno, affinché comprendano cosa è stato fatto perché il treno oggi possa raggiungere velocità inimmaginabili, località inimmaginabili. Ospitiamo i bambini e le loro famiglie anche per questo, mi piace pensare che apriamo le porte anche ai futuri ingegneri. Accoglieri è una bella sensazione, i bambini che si appassionano al treno. E se anche noi potessimo tornare bambini, potremmo guardare al nostro futuro in modo molto più adeguato».

Il viaggio sentimentale di un’Italia che correva tra binari e grandi sogni

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L’atmosfera magica che ha avvolto il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa durante lo svolgimento della mostra “Vintage Vibes” non è…

La magia di Pietrarsa è anche per gli adulti. Salire sulla carrozza Vesuvio, per esempio, è come un viaggio nel tempo. Un luogo riportato agli antichi splendori dove si assapora la storia.

«La soddisfazione più grande è scorgere l’ammirazione dei visitatori per queste bellezze. Le sue parole mi inorgogliscono, vuol dire che ha percepito la bellezza e l’attenzione. Il fatto di aver restaurato una carrozza del 1928, averla portata alla bellezza dei fasti del passato, è un vanto. In carrozze come queste le persone pranzava, viaggiava, chiacchierava come stiamo facendo noi. Molte si sono innamorate a bordo di un treno. Oggi non avviene più. E’ per questo che ancora oggi la Fondazione lavora affinché ci siano i treni della storia lungo la nostra penisola, per far sentire i profumi d’Italia, per far apprezzare la bellezza di un borgo, per dare la possibilità di far nascere storie d’amore e d’amicizia».

Pietrarsa è stabilmente all’interno di un circuito virtuoso della regione Campania. I numeri sono incoraggianti: nel 2025 oltre 250.000 accessi.

«Pietrarsa è un unicum. L’unico museo, tra l’altro più bello d’Europa anche a detta dei francesi, in materia di storia delle ferrovie. Si incastra perfettamente in un panorama culturale monumentale campano, ha un ruolo importante e non toglie spazio ad altre belle bellezze. Noi qui mettiamo in vetrina anche le eccellenze della nostra terra. Pietrarsa ha reso omaggio, per esempio, al chiostro di Santa Chiara a cui è ispirato il bar interno, abbiamo realizzato punti di ristoro con i prodotti enogastronomici della nostra terra: dal Pignolo all’olio, fino al vino che ricorda i Borbone. Il nostro obiettivo è raggiungere 500.000 presenze in un anno. Pietrarsa non è solo un grande museo, è un hub congressuale ed è una meravigliosa location per eventi privati».

Pietrarsa, dunque, è un viaggio. E i viaggi mettono in connessione le eccellenze. Sperando nella costruzione di sinergie produttive. 

«Si sta lavorando moltissimo in Campania da questo punto di vista. La grande domanda di ospitalità ci obbliga ad essere collaborativi tra enti e istituzioni e percepisco oggi la concreta volontà di farlo».

Insomma, le officine di Pietrarsa non sono mai state solo un insieme di bulloni e vapore; sono state, e sono tuttora, un organismo vivente. Qui, il suono delle onde del mare è ancora lo stesso che ascoltavano gli operai di due secoli fa. Pietrarsa non è stata solo un’officina. Non è solo un museo. E’ il simbolo di un Paese che ha saputo osare.

INFO SUL MUSEO

CINQUE COSE DA SAPERE SUL MUSEO DI PIETRARSA

LA STATUA DI FERDINANDO. All’interno del sito svetta una statua di Ferdinando II di Borbone, alta quasi cinque metri. Fu fusa proprio qui, nelle officine, nel 1852. Rappresenta un primato tecnico: all’epoca era la più grande opera in ghisa mai realizzata in Italia, simbolo della maestria raggiunta dai fonditori di Pietrarsa.

LE CAPRIATE POLONCEAU. I padiglioni capolavori di ingegneria. Le coperture utilizzano le capriate sistema Polonceau, eleganti strutture in ferro e ghisa che permettevano di coprire enormi spazi senza pilastri centrali. Questa scelta architettonica era essenziale per manovrare liberamente le locomotive.

LA VALIGIA DELLE INDIE. Pietrarsa fu protagonista del leggendario convoglio “Valigia delle Indie”. Tra il 1870 e il 1914, questo treno extralusso collegava Londra a Brindisi, passando per le officine napoletane per la manutenzione. Era il collegamento più rapido tra l’Impero Britannico e le colonie orientali.

IL GIARDINO BOTANICO. Raramente citato, il museo è circondato da un giardino che ospita piante esotiche arrivate via mare durante i commerci borbonici. Questo contrasto tra il ferro delle locomotive e la vegetazione mediterranea crea un microclima unico. Questo fa di Pietrarsa un raro esempio di “giardino industriale”.

PADIGLIONE DELLE LITTORINE. Oltre al vapore, Pietrarsa custodisce l’era dell’autarchia: le Littorine. Queste automotrici leggere a benzina, nate negli anni ‘30, rivoluzionarono il trasporto. Il passaggio dal peso massiccio del ferro alla velocità del design aerodinamico, segnando lo stile italiano che influenzò le future carrozze della “Dolce Vita”.

I NUMERI DI PIETRARSA

36.000 metri quadrati: La superficie totale occupata dall’intero complesso museale.

14.000 metri quadrati: L’area coperta dai padiglioni espositivi.

7 grandi padiglioni: Gli edifici storici che oggi ospitano le collezioni, un tempo officine specializzate (montaggio, caldareria, torneria).

55 mezzi storici: La collezione permanente che include locomotive a vapore, diesel, elettriche, automotrici e carrozze.

25 locomotive a vapore: Tra cui la riproduzione della “Vesuvio” del 1839.