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La melodia che ha reso l’Italia riconoscibile in ogni angolo del pianeta punta al massimo riconoscimento globale. Il prossimo 5 giugno, la cornice dell’Arena di Verona ospiterà il lancio ufficiale della candidatura della canzone classica napoletana a patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco. L’annuncio è arrivato direttamente dal ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, durante la presentazione della nuova campagna di comunicazione strategica del comparto.
L’iniziativa
Il percorso istituzionale – che prevede la stesura di un dettagliato dossier scientifico affidato a Renzo Arbore – entrerà nel vivo proprio a Verona in una serata-evento intitolata “Italia Loves UNESCO”, per poi concludersi definitivamente a dicembre 2028. Per l’occasione, sul palco salirà un cast d’eccezione che unisce lirica, grande tradizione e popolarità pop: Placido Domingo, Massimo Ranieri, Gigi D’Alessio, Sal Da Vinci e Serena Rossi.
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Il volano dell’America’s Cup e il “Turismo delle Radici”
Il piano di promozione ideato dal Ministero del Turismo fa perno su una straordinaria convergenza di eventi. Il principale alleato della candidatura sarà infatti l’America’s Cup, la celebre manifestazione velica internazionale che farà tappa proprio a Napoli nel luglio del prossimo anno. «Questa manifestazione è perfetta perché manda nel mondo delle immagini straordinarie dei principali attrattori del nostro Paese» ha spiegato il ministro Mazzi. «È seguitissima negli Stati Uniti, che vantano un turismo molto ricco. L’America’s cup diventerà lo strumento ideale per promuovere la canzone napoletana nei confronti di tutti gli italodiscendenti nel mondo».
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La strategia del Ministero
L’obiettivo numerico fissato dal Ministero per le istituzioni locali (Comune e Regione) è ambizioso ma concreto: traguardare un milione di turisti per l’evento velico e un altro milione di “turisti delle radici” entro il 2028, attirati proprio dal richiamo universale delle storiche melodie partenopee.
La storia della musica
La candidatura all’Unesco non è solo un’operazione di marketing territoriale, ma il giusto tributo a un patrimonio artistico monumentale che affonda le radici tra l’Ottocento e il Novecento. Parlare di canzone classica napoletana significa evocare l’età dell’oro dei poeti e dei compositori che hanno codificato i sentimenti universali dell’amore, della nostalgia e della bellezza.
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Dai padri fondatori al mito di Caruso
La memoria corre inevitabilmente a geni assoluti come Salvatore Di Giacomo (autore di gemme come Era de maggio), Libero Bovio (Reginella, Chiove) ed Ernesto Murolo, capaci di trasformare la lingua napoletana in pura letteratura musicale. Accanto a loro, compositori del calibro di Eduardo Di Capua – la mente dietro l’immortale spartito di ‘O sole mio – ed Ernesto De Curtis (Torna a Surriento). Il veicolo che portò questo immenso repertorio a conquistare i teatri del mondo fu la voce dei grandi interpreti del passato. Impossibile non citare Enrico Caruso, che all’inizio del Novecento incise le melodie napoletane sui primi dischi di ceralacca, rendendole un fenomeno planetario da New York a Buenos Aires.
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I grandi interpreti
Una staffetta raccolta poi da interpreti sublimi come Beniamino Gigli, dalla passionalità teatrale di Sergio Bruni (definito “la voce di Napoli”), dalla straordinaria eleganza di Roberto Murolo – che della canzone classica fece un’opera di recupero filologico – e dalla debordante presenza scenica di Mario Merola. È a questo immenso pantheon culturale che l’Italia si affida per ottenere il sigillo dell’Unesco, trasformando la musica di Partenope in un bene protetto e tramandato a tutta l’umanità.