Morte Domenico, versioni contrastanti dai medici
L'INCHIESTA
22 maggio 2026
L'INCHIESTA

Morte Domenico, versioni contrastanti dai medici

Le prove in mano agli inquirenti
Tiziano Valle

Si complica la posizione dei due cardiochirurghi indagati per la morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto a seguito di un trapianto di cuore fallito il 23 dicembre 2025 all’ospedale Monaldi di Napoli. Nel corso dell’interrogatorio di ieri davanti al Gip del Tribunale di Napoli, Mariano Sorrentino, i medici Emma Bergonzoni e Guido Oppido avrebbero fornito versioni in parte divergenti su quanto accaduto in quei drammatici minuti all’interno della sala operatoria.

 

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Le accuse

L’inchiesta, condotta dalla Procura e dai Carabinieri del Nas di Napoli, non punta i riflettori soltanto sull’ipotesi di omicidio colposo in concorso, ma si estende anche al reato di falso in atto pubblico per la presunta alterazione della cartella clinica.

 

Il nodo dell’espianto precoce e il cuore congelato

Il fulcro del quadro accusatorio ruota attorno a una manciata di minuti – non più di 5 o 6 – che si sono rivelati fatali. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i chirurghi avrebbero iniziato la cardiectomia (l’espianto del cuore malato del bambino) prima ancora di verificare lo stato dell’organo sostitutivo arrivato da Bolzano. Se l’équipe avesse controllato il contenuto del frigo-box prima di procedere, avrebbe scoperto in tempo che il cuore da donare era ormai inutilizzabile: le temperature troppo basse raggiunte a causa del ghiaccio secco lo avevano infatti congelato.

 

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Le prove dei pm

A supporto di questa tesi ci sarebbero elementi pesantissimi: nelle scorse settimane, la Procura ha acquisito dei video girati all’interno della sala operatoria da un operatore socio-sanitario. I filmati dimostrerebbero in modo inequivocabile che, mentre il cuore malato di Domenico era già stato espiantato e deposto su un tavolo operatorio, il contenitore con l’organo da trapiantare era ancora sigillato.

 

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I sospetti di un accordo e i messaggi in chat

Un altro capitolo centrale dell’indagine riguarda il rischio di inquinamento probatorio. Gli inquirenti sospettano che i due specialisti possano essersi accordati sulla linea difensiva da tenere e sulla versione dei fatti da presentare alle autorità. Un sospetto che troverebbe riscontro in alcune comunicazioni intercorse via chat e già finite agli atti. Nei messaggi emergerebbe con chiarezza la forte preoccupazione della dottoressa Bergonzoni (difesa dal professor Vincenzo Maiello) per le conseguenze dell’accaduto.

 

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La difesa di Oppido

Dal canto suo, il dottor Oppido (assistito dagli avvocati Sorge e Manes) ha ribadito al Gip la propria linea: ha sostenuto di aver proceduto all’espianto solo dopo aver ricevuto il “via libera” telefonico dalla collega che si era occupata del prelievo dell’organo a Bolzano. Una circostanza, questa, che però non ha trovato alcuna conferma nelle testimonianze del personale sanitario presente in sala operatoria quel giorno. Le indagini proseguono per fare piena luce su una catena di presunti errori e omissioni che ha trasformato un intervento salvavita in una tragedia.