L’illusione dei like e l’astensionismo: la Repubblica aggrappata ai giovani
2 GIUGNO
2 giugno 2026
2 GIUGNO

L’illusione dei like e l’astensionismo: la Repubblica aggrappata ai giovani

Ottant'anni dopo lo storico referendum, il primo partito d'Italia è diventato il non-voto, complice la virtualizzazione della società. La sfida per salvare la democrazia affidata ai ragazzi
Raffaele Schettino

Prepariamoci a scorrere la solita ipocrisia in bianco e nero, l’immagine che, puntuale come ogni anno, riempirà gli schermi dei nostri smartphone, rimbalzando tra le storie, post e feed: il volto radioso di Anna Iberti, la ragazza che stringe tra le mani la copia del Corriere della Sera che annuncia la nascita della Repubblica Italiana.

Il suo sorriso, simbolo di un’Italia che si ridestava dalle macerie del fascismo e della guerra, diventerà per ventiquattr’ore un’icona pop, un’estetica digitale decontestualizzata, utile a raccogliere consensi facili e a lavare la coscienza civile di un Paese distratto.  Accanto a lei, scorreranno aforismi di Piero Calamandrei tagliati su misura per gli algoritmi, citazioni nostalgiche di Sandro Pertini e brevi clip emotive tratte dall’immaginario cinematografico di Paola Cortellesi.

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Poi, scoccata la mezzanotte del 3 giugno, le bandiere virtuali verranno ammainate, l’algoritmo virerà verso la prossima polemica del giorno e l’Italia tornerà a essere quella di sempre: un Paese che assiste, quasi anestetizzato, al progressivo svuotamento della sua democrazia.

Nel 1946, in un’Italia ferita, priva di infrastrutture e logorata dal conflitto, si recò alle urne l’89,08% degli aventi diritto. Fu un’affluenza oceanica, mossa da una fame atavica di futuro e dalla consapevolezza che quella matita copiativa fosse l’unica arma rimasta per ricostruire un destino collettivo. Per le donne fu il battesimo della cittadinanza; per gli uomini, la fine di un lungo digiuno democratico.

Ottant’anni dopo, la realtà ci restituisce una fotografia capovolta. Le ultime scadenze elettorali hanno registrato i minimi storici di partecipazione: le politiche del 2022 hanno visto crollare l’affluenza al 63,91%, mentre le elezioni europee del 2024 hanno certificato lo sfondamento al ribasso della soglia psicologica del 50%. In alcuni Comuni, persino le amministrative non trascinano più fiumi di elettori alle urne.

Il primo partito d’Italia, oggi, è quello del non-voto. Un astensionismo strutturale che non può più essere etichettato come un semplice segnale di protesta, che è diventato il sintomo macroscopico di una mutazione antropologica profonda. Questa fuga dalle urne affonda le radici in un cortocircuito culturale alimentato dalla disaffezione ma anche dall’era digitale.

Viviamo immersi nell’infodemia, un bombardamento informativo continuo, e spesso tossico, che ci regala l’illusione della competenza (molte volte distorta) a fronte di una reale carenza di approfondimento. Consumiamo la politica attraverso pillole video di una decina di secondi e ci ubriachiamo di slogan polarizzanti pensati per scatenare reazioni emotive immediate, mai per stimolare la riflessione.

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Scambiamo la familiarità con un argomento per la sua reale comprensione, dimenticando che la complessità di una riforma sanitaria, di una legge di bilancio o di una transizione ecologica non potrà mai essere ridotta a un meme. I social network hanno operato una silenziosa devastazione dei legami comunitari fisici.

Laddove un tempo la politica si faceva nei luoghi della carne e del confronto — le sezioni di partito, le piazze, i circoli culturali —, oggi si consuma all’interno di echo chambers virtuali, casse di risonanza algoritmiche dove incontriamo solo chi la pensa già come noi.  L’assenza di alterità ha eliminato la necessità della mediazione e della pazienza, che della democrazia sono la linfa vitale.

Smarrita la dimensione comunitaria, il cittadino si è riscoperto atomizzato, isolato nel proprio privato, incline a considerare la politica come un circuito chiuso, distante e, in ultima analisi, inutile. È la crisi della rappresentanza: la convinzione diffusa che l’esito del voto non sposti di un millimetro l’asse delle decisioni reali.

Eppure, proprio mentre la retorica istituzionale rischia di trasformare l’anniversario della Repubblica in un santino polveroso e privo di mordente, sotto la cenere del disincanto si intercetta, per fortuna, un flebile movimento tellurico opposto.  È, o almeno questa è la speranza, la controtendenza inaspettata dei più giovani.

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Nati e cresciuti dentro la foresta digitale, i ragazzi provano a sviluppate gli anticorpi contro l’apatia che ha contagiato le generazioni precedenti. Pare stiano riscoprendo il valore millenario della cosa pubblica e dell’amministrazione comune, rifiutando i vecchi schemi del Novecento.  E’ un sentiero, per ora, lungo e tortuoso. Ma è una via d’uscita. Forse l’unica.

I giovani non cercano più l’appartenenza fideistica a un simbolo di partito o a un leader carismatico; si muovono, piuttosto, secondo un pragmatismo tematico ed etico. Lo si vede nelle battaglie, finalmente vinte in parte, per il diritto al voto dei fuorisede, una mobilitazione nata dal basso, dalle università, per costringere lo Stato a rimuovere barriere logistiche anacronistiche.

Lo si avverte nelle proteste delle tende contro il caro-affitti, nella sensibilità esasperata per l’emergenza climatica, nella richiesta perentoria di tutele per la salute mentale e per i diritti civili. Questo impegno, che ha bisogno ancora di strutturarsi per essere del tutto indipendente può essere la scintilla per una politica restituita alla sua accezione più nobile e originaria.

I giovani possono insegnarci ad utilizzare la tecnologia non come un fine per collezionare approvazioni virtuali, ma come uno strumento logistico per organizzarsi, fare divulgazione seria, creare reti e, alla fine, riprendersi le piazze reali. La lezione che ci arriva dai ragazzi è tanto semplice quanto rivoluzionaria: la democrazia non è un monumento da inaugurare una volta all’anno, ma un cantiere aperto che richiede manutenzione quotidiana.

Il 2 giugno non può ridursi al solito esercizio di memoria nostalgica, a una messinscena di post e di retorica usa e getta che lascia immutato il deserto civile circostante. Se vogliamo che l’ottantesimo compleanno della nostra Repubblica abbia un senso che sopravviva alla giornata di oggi, dobbiamo guardare con più attenzione a questi ragazzi, non con la condiscendenza degli adulti, ma con il rispetto dovuto a chi sta tentando di ricostruire un patto di fiducia con lo Stato.

Il loro interesse per l’amministrazione, la loro pretesa di concretezza e la loro fame di spazi fisici di condivisione sono il vero ponte tra quel radioso sorriso del 1946 e l’Italia di domani.  La Repubblica non è nata per restare immobile dentro una bacheca social; è nata per camminare sulle gambe di chi, ancora oggi, crede che una matita in una mano possa cambiare il corso della storia.