Gragnano | Lo Stato dovrà restituire il tesoro da 13 milioni al «Re delle bionde»
LA SENTENZA
3 giugno 2026
LA SENTENZA

Gragnano | Lo Stato dovrà restituire il tesoro da 13 milioni al «Re delle bionde»

La Cassazione dopo 30 anni dà ragione a Gerardo Cuomo, ex contrabbandiere. Gli furono sequestrati oltre 13 milioni di euro tra barche, auto e ville di lusso
Michele De Feo

Quattordici processi. Quasi trent’anni di carte, sentenze, annullamenti e rinvii. E alla fine, almeno per ora, l’ultima parola l’ha pronunciata la Cassazione: il tesoro di Gerardo Cuomo deve tornare al suo proprietario. Lo Stato dovrà restituire all’ex broker delle sigarette beni e patrimoni per un valore stimato di oltre tredici milioni di euro, congelati nell’ambito di una delle più lunghe e controverse vicende giudiziarie mai transitate nelle aule del distretto barese. Conti correnti all’estero, terreni, ville, appartamenti, automobili di lusso, quadri d’autore, orologi Rolex e persino uno yacht.

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È l’eredità patrimoniale rimasta per anni sotto sequestro e poi confiscata nell’ambito dell’inchiesta sul contrabbando internazionale di sigarette che tra gli anni Novanta e i primi Duemila portò alla sbarra Cuomo, originario di Gragnano e da tempo residente a Bologna, considerato dagli investigatori uno dei principali broker del traffico di tabacchi tra Montenegro, Svizzera e Italia. L’ultimo capitolo della vicenda si è consumato nei giorni scorsi davanti alla Suprema Corte.

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I giudici hanno infatti rigettato il ricorso proposto dalla Procura generale contro la decisione della Corte d’Appello di Bari che, nel giudizio celebrato dopo l’ennesimo rinvio disposto dalla stessa Cassazione, aveva escluso la possibilità di mantenere la confisca dei beni. Una pronuncia che diventa ora definitiva e che spalanca la strada alla restituzione dell’intero patrimonio.

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Per comprendere il peso di questa decisione bisogna tornare indietro di quasi tre decenni. Alla metà degli anni Novanta, quando l’antimafia barese e il Centro Dia di Bari concentrarono le proprie attenzioni su una presunta organizzazione mafiosa che, secondo l’accusa, avrebbe gestito l’introduzione in Italia di enormi quantitativi di sigarette provenienti dal Montenegro. Un traffico che avrebbe avuto il suo terminale logistico in Puglia e importanti ramificazioni finanziarie in Svizzera. Per quella vicenda Cuomo venne condannato in primo grado nel 2004 a sette anni e quattro mesi di reclusione per associazione mafiosa. Da allora iniziò però una lunghissima maratona processuale. Assoluzioni, dichiarazioni di prescrizione, annullamenti con rinvio e nuovi giudizi si sono susseguiti per anni.

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Più volte la Cassazione accolse i ricorsi della Procura generale, rimandando il procedimento alla Corte d’Appello di Bari per ulteriori valutazioni. Nel 2018 arrivò uno dei passaggi più significativi. La difesa di Cuomo, rappresentata dagli avvocati Andrea Melpignano, Clemente Biondi e dal professor Adolfo Scalfati, sostenne che l’imputato fosse già stato giudicato in Svizzera per gli stessi fatti.

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Una tesi che portò i giudici di merito a riconoscere il principio del “ne bis in idem”, con una nuova assoluzione e con la revoca della confisca dei beni. Anche quella decisione, tuttavia, non segnò la fine della storia. La Procura generale impugnò nuovamente la sentenza e la Cassazione dispose un ulteriore rinvio. Tornato per l’ennesima volta davanti alla Corte d’Appello di Bari, il procedimento si concluse con la dichiarazione di prescrizione dei reati e con il rigetto della richiesta di mantenere le misure patrimoniali.

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Fu proprio su quest’ultimo aspetto che si concentrò un nuovo ricorso della Procura generale. Secondo l’accusa, infatti, la prescrizione non avrebbe necessariamente impedito la sopravvivenza della confisca. La Cassazione accolse solo in parte quelle doglianze, chiedendo ai giudici baresi di chiarire la natura giuridica della misura applicata e la sua eventuale compatibilità con l’estinzione del reato. Il processo tornò così ancora una volta in Corte d’Appello. E proprio in quel giudizio i magistrati hanno escluso definitivamente i presupposti per mantenere la confisca, disponendo la restituzione dei beni. Una decisione che la Procura generale ha tentato nuovamente di ribaltare ricorrendo in Cassazione. Questa volta, però, la risposta degli ermellini è stata diversa rispetto al passato. Il ricorso è stato rigettato e la sentenza della Corte d’Appello è diventata definitiva.