Castellammare | Fece pestare un mercante ittico: 2 anni al cognato del boss
LA SENTENZA
6 giugno 2026
LA SENTENZA

Castellammare | Fece pestare un mercante ittico: 2 anni al cognato del boss

Condannato Nunzio Girace, ma crollano le accuse per estorsione
Michele De Feo

Si chiude con una sostanziale ridimensione del quadro accusatorio il processo d’appello bis che vedeva imputato Nunzio Girace, cognato di Michele D’Alessandro, figlio del boss Luigi D’Alessandro detto “Gigginiello”, nell’ambito di una vicenda che per anni è stata considerata dagli inquirenti un tentativo della cosca di Scanzano di imporre il proprio monopolio nel mercato ittico campano.

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Il tribunale ha infatti condannato Girace a due anni di reclusione, accogliendo la tesi difensiva sostenuta dall’avvocato Stefano Sorrentino e derubricando il reato contestato da estorsione ad esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Una decisione che segna una netta inversione rispetto all’impianto accusatorio originario e che fa cadere sia l’ipotesi estorsiva sia la contestazione dell’aggravante mafiosa.

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La vicenda risale al 2020 e ruota attorno ai rapporti commerciali tra Girace e un imprenditore operante nel settore ittico tra Campania e Grecia. Secondo l’accusa, l’imputato vantava un credito di circa 40mila euro per una fornitura di salmone e avrebbe incaricato altre persone di minacciare e aggredire l’imprenditore per costringerlo a piegarsi alle richieste economiche e, al contempo, per ostacolarne l’attività commerciale nel mercato greco.

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Nella ricostruzione dell’Antimafia, l’episodio si inseriva in un contesto più ampio di controllo del comparto ittico da parte del clan D’Alessandro. Per gli investigatori, la cosca avrebbe tentato di eliminare la concorrenza imponendo il proprio predominio nel settore della distribuzione del pesce. Per questi fatti era stato condannato in via definitiva Ettore Spagnuolo, ritenuto l’esecutore materiale delle minacce e delle violenze. Diversa, invece, la posizione di Girace, considerato il presunto mandante. Negli ultimi anni il processo ha però registrato una svolta significativa.

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La Corte di Cassazione aveva annullato una precedente sentenza d’appello che confermava la condanna a quattro anni di carcere, evidenziando alcuni aspetti da approfondire, in particolare sulla reale esistenza della fornitura commerciale all’origine del credito vantato. Da qui la decisione di acquisire ulteriore documentazione relativa all’operazione commerciale. La difesa, attraverso consulenze tecniche specialistiche, ha contestato l’attendibilità di parte della documentazione prodotta, sollevando dubbi che hanno contribuito a indebolire l’originaria impostazione accusatoria.

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Alla fine i giudici hanno escluso che la vicenda potesse essere qualificata come estorsione aggravata dal metodo mafioso, riconducendola invece a una controversia economica nella quale sarebbe stato utilizzato uno strumento illecito per il recupero di un credito ritenuto esistente. Da qui la derubricazione nel meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e la condanna a due anni. Parallelamente resta aperto un ulteriore fronte giudiziario. La difesa di Girace ha infatti presentato una denuncia nei confronti dell’imprenditore che si è costituito parte offesa nel procedimento, ipotizzando i reati di calunnia e falsa testimonianza. Su questo filone sono tuttora in corso le indagini e non è stata assunta alcuna decisione definitiva da parte dell’autorità giudiziaria.