Castellammare| ucciso e rincorso fuori al tribunale di Torre: «Il killer agì d’impeto»
CAMORRA
11 giugno 2026
CAMORRA

Castellammare| ucciso e rincorso fuori al tribunale di Torre: «Il killer agì d’impeto»

«Il killer di Fontana voleva riprendersi la cassa dei narcos».Per i giudici l’agguato fuori al tribunale non fu premeditato: «Martino agì d’impeto perchè non gli furono ridati i soldi»
Michele De Feo

«L’omicidio di Alfonso Fontana non fu premeditato. Catello Martino ha agito d’impeto, uccidendo il 24enne perché si era opposto a fornire informazioni su dove si trovasse tutto ciò che era stato rubato a casa della figlia». È questo il passaggio chiave delle 61 pagine della motivazione della sentenza che ha annullato l’ergastolo a Catello Martino, alias ‘o puparuolo, il ras del clan Imparato condannato a 20 anni di reclusione per aver ucciso, a colpi di pistola, la sera del 7 febbraio 2024, a pochi passi dal tribunale di Torre Annunziata, Alfonso Fontana, 24enne rampollo dei «Fasano».

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I giudici della quinta sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Napoli hanno sostanzialmente confermato la ricostruzione del primo grado per quel che riguarda l’identificazione del colpevole, ritenendo con assoluta certezza che ad uccidere Fontana sia stato Martino. Tuttavia, hanno escluso le aggravanti che, nella prima decisione, avevano portato all’ergastolo. Resta intatta anche la ricostruzione del movente: un furto subito pochi giorni prima dell’agguato, a casa della figlia dell’imputato, da cui sarebbe stata sottratta una refurtiva stimata intorno ai 300mila euro, commesso– secondo l’accusa – ad Alfonso Fontana, Ciro Reda e Vincenzo Avella.L’unica aggravante rimasta in piedi è quella camorristica.

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A pesare sulla decisione sono state le modalità dell’omicidio. Fontana, secondo le indagini, si trovava all’esterno di un bar in corso Umberto I a Torre Annunziata, in compagnia del suocero Luca Maragas. In sequenza giungono sul posto tre scooter: il primo condotto da Ciro Reda, il secondo, secondo l’accusa, dal boss Giovanni Imparato (recentemente arrestato con l’accusa di concorso in omicidio) con a bordo Catello Martino, e il terzo con due soggetti mai identificati. Il mezzo su cui viaggiava Martino si accosta e tra il killer e la vittima nasce una discussione, seguita da una colluttazione. Fontana tenta di fuggire e Martino, tra la folla, esplode diversi colpi d’arma da fuoco fino ad ucciderlo. Per i giudici, tali modalità sono sufficienti per l’attribuzione dell’aggravante camorristica, ma non per la premeditazione.

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La Corte d’Appello rileva infatti che «manca in atti la prova che il delitto sia stato programmato nella sua esecuzione». Dagli atti emerge che «non vi sono elementi per ritenere che l’imputato avesse predeterminato o organizzato l’omicidio». Al contrario, l’azione risulta preceduta da «tentativi di dialogo e da una discussione», circostanze che dimostrano, secondo i giudici, che non vi era alcun interesse ad uccidere Fontana Alfonso, ma piuttosto a recuperare la refurtiva. «Si deve pertanto ritenere, coerentemente con la dinamica della discussione e con le modalità dell’evento, che Martino abbia agito d’impeto a seguito dell’ennesimo rifiuto del Fontana di ammettere di detenere la refurtiva e di restituirla», si legge tra le motivazioni della sentenza.

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I giudici sottolineano inoltre che l’azione sarebbe stata dettata dal tentativo di recuperare il provento delle attività illecite di spaccio del rione Savorito, somme che, secondo i giudici, sarebbero state affidate a Martino. «In questo agire di Catello Martino – scrivono i giudici – c’era evidentemente la preoccupazione di dover restituire questi soldi che gli erano stati affidati». La sua azione, quindi, «sarebbe stata finalizzata al recupero di quanto sottratto e non all’uccisione di Alfonso Fontana, unico soggetto in grado di consentire il recupero della refurtiva». Martino, secondo i giudici, non avrebbe voluto uccidere la vittima, ma avrebbe agito nella disperata ricerca del denaro, non riuscendo a ottenerlo nemmeno tramite il confronto con i familiari della vittima. L’omicidio, secondo la Corte, non rappresenta una punizione per il furto, ma una reazione all’ostinato rifiuto di Fontana di collaborare al recupero della refurtiva.