Castellammare | Scacco alla camorra: 90 anni di cella al gotha del clan D’Alessandro
CAMORRA
17 giugno 2026
CAMORRA

Castellammare | Scacco alla camorra: 90 anni di cella al gotha del clan D’Alessandro

Mani sugli appalti, estorsioni, armi e traffico di droga. Condannati 4 boss dei D’Alessandro e i loro fedelissimi
Michele De Feo

Mani sugli appalti, infiltrazioni della camorra nel Comune di Castellammare e nell’Asl Napoli 3 Sud, pizzo a «tappeto» ai commercianti e alle imprese edili, minacce di morte anche a un magistrato, detenzione di armi, progetti omicidiari e traffico di droga. Per questi reati sono stati condannati a 90 anni di cella boss e gregari del clan D’Alessandro, la cosca che da praticamente mezzo secolo detiene il monopolio degli affari criminali in tutta l’area di Castellammare.

 

Le condanne

La pena più alta è stata inflitta al boss Pasquale D’Alessandro, ritenuto ai vertici dell’organizzazione criminale dopo il suo ritorno in libertà dal regime del 41 bis. Per lui il giudice ha disposto una condanna a 12 anni e 2 mesi di reclusione, inferiore rispetto ai 14 anni richiesti dalla Dda. Dodici anni di carcere sono stati inflitti al fratello Vincenzo D’Alessandro e a Paolo Carolei, indicati dagli inquirenti tra i principali reggenti della cosca. Per entrambi il pubblico ministero aveva chiesto la stessa pena.

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Condanna a 10 anni e 4 mesi per Antonio Salvato, ritenuto dagli investigatori l’esattore del clan e incaricato della riscossione delle estorsioni. All’uomo sono stati confiscati anche 180 mila euro sequestrati in sede di indagini. La Dda aveva chiesto per lui una pena di 16 anni. Sette anni e 8 mesi sono stati inflitti a Michele Abbruzzese, considerato il cassiere dell’organizzazione criminale. Anche in questo caso la pena è risultata notevolmente inferiore rispetto ai 13 anni e 4 mesi richiesti dall’Antimafia. Condanna a 8 anni e 4 mesi per Massimo Mirano, ritenuto dagli investigatori il referente per conto del clan del traffico di droga nel rione Cicerone.

 

 

Per lui la procura aveva chiesto 12 anni e 8 mesi. Sette anni e 8 mesi anche per Giuseppe Oscurato, considerato il braccio destro di Vincenzo D’Alessandro. La richiesta dell’accusa era stata di 12 anni. Biagio Maiello, considerato l’autista e uomo di fiducia di Pasquale D’Alessandro, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi. Il giudice gli ha riconosciuto le attenuanti generiche, riducendo sensibilmente la pena rispetto agli 8 anni richiesti dalla Dda. Condanna a 6 anni e 10 mesi per Catello Iaccarino, imprenditore del settore edile e candidato al consiglio comunale nelle ultime elezioni amministrative di Castellammare di Stabia con il centrosinistra.

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Per lui il pm Francesco De Falco aveva invocato una «pena esemplare» di 10 anni di carcere. A Iaccarino non è contestata l’associazione a delinquere, ma una sua partecipazione a un’estorsione ai danni di un imprenditore edile. L’uomo, per la Dda, avrebbe incassato sul proprio conto corrente la tangente estorsiva versata dalla vittima, consegnandola poi a Salvato. Sconto di pena per Giovanni D’Alessandro, alias Giovannone, cugino di Vincenzo e Pasquale. Il colonnello della cosca di Scanzano dovrà scontare solo 4 anni di carcere (la Dda ne aveva chiesti 14). Il giudice ha riconosciuto la continuazione dei reati con una vecchia sentenza.

 

Il processo

«La mafia stabiese», così il pm Francesco De Falco ha definito la multinazionale del crimine con roccaforte tra i vicoli del rione Scanzano. Nel corso della sua discussione il pm ha sottolineato come la cosca, sin dagli anni Ottanta, sia stata capace di prendere in mano tutti gli affari criminali dell’area stabiese riuscendo, nel corso dei decenni  a infiltrarsi nell’economia legale e nel tessuto sociale stabiese sino ad avere contatti con la politica. Il potere del clan — e qui il riferimento alla mafia — sarebbe stato tramandato seguendo una linea di sangue precisa partita dallo storico fondatore della cosca, il padrino defunto Michele D’Alessandro, e arrivata ai figli.

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Prima a Vincenzo, il terzo genito, e poi, al suo ritorno in libertà, a Pasquale. I dieci imputati hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato, con il procedimento che si è svolto davanti al gup del Tribunale di Napoli Francesco Guerra. Si sono costituiti parte civile nel processo il Comune di Castellammare di Stabia, l’Asl Napoli 3 Sud e la Copma, la ditta che gestisce il servizio di pulizie dei locali dell’ospedale San Leonardo, dove risultavano assunti alcuni parenti degli affiliati al clan D’Alessandro, poi licenziati. I due enti e l’azienda con sede a Ferrara erano indicati come parti offese nel decreto di giudizio immediato. Così come alcuni imprenditori vittime di estorsione che hanno poi rinunciato alla costituzione di parte civile. Tra gli imputati figurava anche Petronilla Schettino, moglie del ras Michele Abbruzzese. La donna, attraverso il proprio legale, ha richiesto il patteggiamento della pena.

 

L’inchiesta

Il processo è stato messo in piedi dall’ultima inchiesta della Dda di Napoli — pm Giuseppe Cimmarotta — che lo scorso novembre portò all’arresto degli imputati. Un’indagine che ha ricostruito le dinamiche e gli affari della cosca di Scanzano tra il 2022 e il 2025. A reggere l’organizzazione criminale erano in quegli anni,  Pasquale D’Alessandro, primo figlio del padrino defunto Michele, coadiuvato dal fratello Vincenzo, poi arrestato nel maggio del 2024 con l’accusa di essere il mandante di quattro omicidi commessi nel 2009. Tra questi quello dell’ex consigliere comunale del Pd Gino Tommasino. Sotto di loro agivano Paolo Carolei e Giovanni D’Alessandro.

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Nel corso dell’inchiesta sono emersi diversi rapporti opachi tra la classe imprenditoriale e i boss, oltre a numerosi tentativi di infiltrazione negli appalti dell’Asl e del Comune. L’indagine è partita dal ritorno in libertà di Pasquale D’Alessandro dopo una lunga detenzione al 41 bis. Da quanto emerso, il boss, riunendo i suoi fedelissimi, avrebbe ripreso immediatamente in mano le redini del clan. Dalle intercettazioni telefoniche è emersa anche la pianificazione di un omicidio, per ora non commesso, oltre a diverse conversazioni tra esponenti politici, imprenditori e affiliati alla cosca di Scanzano. L’inchiesta ha svelato anche come ormai gli interessi del clan D’Alessandro si siano estesi oltre i confini nazionali, in particolare in Germania e Romania. Ora il collegio difensivo composto dagli avvocati Antonio De Martino, Antonio Marinaro, Renato D’Antuono, Mariano Morelli, Raffaele Chiummariello, Francesco Schettino e Francesco Romano, Gennaro Somma potrà impugnare la sentenza in appello.