Castellammare | Appalti, pizzo e armi: il clan D’Alessandro dovrà risarcire il Comune
CAMORRA
19 giugno 2026
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Castellammare | Appalti, pizzo e armi: il clan D’Alessandro dovrà risarcire il Comune

I giudici ordinano il maxi risarcimento ai boss dei D’Alessandro. Ricostruiti 5 anni di terrore e di infiltrazioni nella cosa pubblica
Michele De Feo

Mani sugli appalti, estorsioni e minacce ai commercianti, traffico di droga, armi, omicidi ordinati e mai eseguiti: ora i boss del clan D’Alessandro, i loro fedelissimi e i colletti bianchi dovranno risarcire il Comune di Castellammare di Stabia con 310mila euro per danno d’immagine alla città. Sono gli effetti delle ultime due sentenze dei maxi processi alla cosca con roccaforte nel rione di Scanzano, nei quali l’ente stabiese, assistito dall’avvocato Giovanni Tramontano, ha deciso di costituirsi parte civile. I giudici per le udienza preliminare del tribunale di Napoli, i dottori Marco Giordano e Francesco Guerra, hanno ritenuto il Comune di Castellammare di Stabia parte lesa dalle azioni criminali dei boss e dei loro fedelissimi, nonostante nelle ultime due maxi inchieste da cui sono scaturiti i processi emergano retroscena che potrebbero far ipotizzare eventuali collusioni tra la camorra e la cosa pubblica, in particolare con la macchina amministrativa di Palazzo Farnese.

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Se nell’ambito dell’ultima sentenza, arrivata pochi giorni fa, i giudici hanno quantificato il danno subito dal Comune in appena 10mila euro, una cifra “normale” per gli enti che si costituiscono parte civile, in quella scaturita dall’inchiesta Domino III hanno stabilito un maxi risarcimento di 300mila euro. Una cifra record e non del tutto scontata, visto anche l’andamento del procedimento celebrato con il rito abbreviato. Durante la sua requisitoria, il pm dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta (oggi procuratore aggiunto al tribunale di Nola) aveva aperto la discussione denunciando il «pesante clima di infiltrazione criminale» nel Comune di Castellammare e definendolo, insieme all’ospedale San Leonardo, «alla mercé del clan D’Alessandro». Una conclusione alla quale il pm arrivò illustrando tutti i retroscena emersi dall’indagine condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, iniziata nel 2020 e conclusa nel 2023.

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Da quanto emerso, infatti, il boss Vincenzo D’Alessandro, terzogenito del padrino defunto Michele, riusciva a controllare il funzionamento dell’impianto di videosorveglianza comunale attraverso, secondo l’accusa, Angelo Schettino. L’uomo, condannato per concorso esterno in associazione camorristica a sei anni di carcere, per la Dda sarebbe stato il «gancio» dell’organizzazione criminale nell’ufficio tecnico del Comune. Proprio uno dei dirigenti, dopo l’arresto di Schettino avvenuto nel maggio del 2025, denunciò alla Procura antimafia la sua presenza costante all’interno degli uffici. Le motivazioni della sentenza del processo scaturito dall’inchiesta Domino III verranno pubblicate nei prossimi giorni.

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«Non ti preoccupare, le immagini delle telecamere le cancelliamo man mano solo per le guardie, noi le dobbiamo tenere obbligatorio,…

Tra quelle pagine è contenuto anche il motivo di un risarcimento così consistente all’ente stabiese, sul quale il Consiglio dei ministri dovrà decidere nelle prossime settimane se sciogliere o meno il consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, anche alla luce dei retroscena emersi nell’altra indagine che ha poi portato al processo e al risarcimento di 10mila euro al Comune. In quel caso l’inchiesta, condotta dagli agenti della polizia del Sisco, ha fatto emergere contatti diretti e indiretti tra esponenti della cosca e due consiglieri comunali di maggioranza, entrambi dimessisi lo scorso gennaio. Attualmente uno di loro, Gennaro Oscurato, è ancora indagato per concorso esterno in associazione camorristica.

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Nel corso delle indagini sono emerse diverse telefonate, risalenti tra maggio e giugno 2024 (nel pieno dell’ultima campagna elettorale) tra il politico e il cassiere del clan D’Alessandro, il ras Michele Abbruzzese. Per quanto riguarda le infiltrazioni nella sanità della cosca, entrambi i giudici hanno rigettato le richieste di risarcimento danni presentate dall’Asl Napoli 3 sud, mentre è stata accolta quella della Copma, la ditta che si occupava della polizia dei reparti del San Leonardo e nella quale erano impiegati alcuni parenti di esponenti della cosca di Scanzano.