Attentato a Sigfrido Ranucci: caccia all’intermediario
L'INCHIESTA
1 luglio 2026
L'INCHIESTA

Attentato a Sigfrido Ranucci: caccia all’intermediario

Avanzano le indagini della Procura Antimafia
Tiziano Valle

Un’ombra si muove tra i mandanti e gli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo che lo scorso ottobre ha preso di mira l’abitazione del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, a Pomezia. Nelle conversazioni criptiche della banda finita in manette, quell’ombra ha un nome preciso: “Quello”. È proprio su questa figura chiave, ritenuta dagli inquirenti l’anello di congiunzione dell’intera operazione, che si stanno concentrando i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia capitolina.

L’organizzazione dietro il raid

Il procedimento, che martedì ha portato all’arresto di quattro persone con le accuse di detenzione e uso di ordigno esplosivo, danneggiamento e minaccia — tutte aggravate dal metodo mafioso —, svela una struttura criminale piramidale e ben organizzata, suddivisa su tre livelli netti: i mandanti, l’intermediario e i bracci operativi.

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Un piano di copertura da quattromila euro

Dalle carte dell’indagine emerge che l’intermediario misterioso aveva rapporti diretti esclusivamente con Pellegrino D’Avino, arrestato insieme alla moglie Marika De Filippo (finita ai domiciliari), a Saverio Mutone e ad Antonio Passariello. Secondo quanto ricostruito dal giudice per le indagini preliminari (gip), D’Avino parlava regolarmente con questo terzo soggetto, il quale agiva per conto proprio o come portavoce dei mandanti occulti.

L’intermediario misterioso

Il ruolo di “Quello” non si sarebbe limitato a consegnare la ricompensa in denaro per il blitz alla villetta del giornalista — una somma che si aggira intorno ad alcune migliaia di euro —, ma avrebbe compreso un vero e proprio pacchetto di assistenza logistica e legale post-attentato. L’intermediario si era infatti detto pronto a garantire la fuga e il temporaneo allontanamento degli esecutori dal territorio, fornendo risorse economiche fresche e carte di pagamento ricaricabili per eludere i tracciamenti delle forze dell’ordine e confezionando un falso alibi per proteggere la cupola criminale.

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Il finto alibi 

Se le indagini avessero lambito Antonio Passariello, il 53enne di Cicciano che materialmente ha piazzato la bomba, l’uomo avrebbe dovuto recitare un copione preciso fornito dall’alto. La prima versione concordata era semplice: dichiarare di non essere mai stato a Roma o, al massimo, di essersi trovato nella Capitale solo per assistere a una partita di calcio della Roma.

Il tentativo di sviare le indagini

Qualora lo scenario si fosse complicato con un arresto, le istruzioni trasmesse da D’Avino al padre diventavano ancora più specifiche e fantasiose, mirate a sviare i magistrati verso contesti differenti: Passariello avrebbe dovuto confessare di aver piazzato l’ordigno su commissione di un cittadino albanese, incrociato tre giorni prima a Ostia per affari di narcotraffico. Quest’ultimo gli avrebbe offerto tremila euro come contropartita, lasciandolo però all’oscuro della reale identità dell’obiettivo. Un piano di totale protezione dei mandanti, blindato dalla promessa di un continuo sostegno economico a patto di non coinvolgere l’intermediario.

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Giallo sul movente: l’ombra del cellulare criptato

Resta ancora da sciogliere il nodo più intricato: il movente. La Dda non esclude alcuna pista. Se da un lato si valuta la vendetta o l’avvertimento legato alle scomode inchieste giornalistiche di Report, dall’altro non si scartano traiettorie differenti, che potrebbero condurre a dinamiche interne a gruppi criminali organizzati non direttamente connesse all’attività professionale di Ranucci.

Il lavoro dei magistrati

Gli interrogatori di garanzia, fissati per giovedì, potrebbero iniziare a scalfire il muro di omertà eretto attorno a “Quello”. Ma la vera svolta potrebbe arrivare dalla tecnologia: durante le perquisizioni, gli inquirenti hanno sequestrato uno smartphone nella disponibilità di uno degli indagati. L’ipotesi investigativa è che quel telefono sia proprio lo strumento utilizzato per rimanere in contatto con l’intermediario, la chiave digitale capace di dare finalmente un nome e un volto a “Quello”.