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Patto tra il boss e gli 007, condannati a 32 anni di carcere tre carabinieri infedeli del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata. Il colpo di scena è arrivato nei giorni scorsi in Corte d’Appello, quasi due anni dopo quel verdetto che sembrava aver chiuso una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi anni. La IV Sezione Penale della Corte d’Appello di Napoli, presieduta dal giudice Francesco Ciocia, ha ribaltato la sentenza di primo grado, condannando il colonnello Pasquale Sario e il maresciallo Gaetano Desiderio a nove anni di reclusione ciascuno e l’appuntato Sandro Acunzo a quattordici anni.
Secondo le indagini e le accuse formulate dalla Dda tra il gruppo di spacciatori capeggiato dal boss Francesco Casillo, alias ‘a vurzella, e la compagnia dei carabinieri, ritiene la Procura, era stato stipulato un patto. Il boss forniva dritte per portare a termine prestigiose operazioni di servizio, i carabinieri in cambio gli consentivano tenere per se parte della droga e poi rivenderla o addirittura arrestavano con indizi fabbricati a tavolino i suoi rivali.
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La Corte ha accolto parzialmente l’impugnazione proposta dal pm Ivana Fulco, riformando integralmente il giudizio di primo grado nei confronti dei tre militari dell’Arma, tutti in servizio all’epoca dei fatti al Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata. I giudici hanno invece escluso l’aggravante mafiosa. La procura generale, infatti, nel corso del processo d’appello aveva chiesto la pena complessiva a 46 anni di carcere. La decisione segna una svolta processuale in un’inchiesta (condotta dal magistrato Pierpaolo Filippelli) che, fin dall’inizio, aveva diviso investigatori e difensori. Per oltre dodici anni i tre carabinieri hanno sostenuto la propria estraneità alle accuse, arrivando nel luglio del 2023 a ottenere una piena assoluzione al termine di un processo durato oltre novanta udienze. Al centro del procedimento c’è sempre la stessa vicenda: il sequestro di un ingente quantitativo di cocaina nascosto all’interno di un tir intercettato nel porto di Napoli durante un’importante operazione antidroga.
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Secondo l’accusa, da quel carico sarebbero stati sottratti 66 chilogrammi di stupefacente. Una parte della droga, sempre secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe poi stata consegnata al narcos Francesco Casillo, in cambio di informazioni utili alle indagini e di altre utilità. A sostenere questa versione è stato proprio Casillo, ex narcotrafficante e figura di primo piano della criminalità organizzata oplontina e della zona del piano Napoli di Boscoreale con rapporti con la camorra napolentana e la ‘Ndrangheta, che in alcune sue dichiarazioni spontanee accusò direttamente i tre carabinieri di aver instaurato con lui un rapporto illecito fondato sullo scambio di favori.
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Il boss raccontò ai magistrati che, oltre alla droga, avrebbe consegnato ai militari denaro e gioielli, ricevendo in cambio protezione e la possibilità di continuare a operare come informatore privilegiato. Per anni quelle dichiarazioni sono state il fulcro del processo. L’accusa ha sostenuto che proprio grazie alle informazioni fornite da Casillo sarebbero state realizzate importanti operazioni di polizia, mentre la difesa ha sempre contestato l’attendibilità di Casillo evidenziando contraddizioni e incongruenze emerse nel corso del dibattimento.
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La Corte d’Appello ha però fornito una diversa lettura del materiale probatorio, accogliendo in parte il ricorso della pubblica accusa e riconoscendo la responsabilità penale dei tre imputati, pur escludendo l’aggravante mafiosa contestata nel capo d’imputazione. Le motivazioni della sentenza saranno depositate nelle prossime settimane. La vicenda processuale, tuttavia, non è ancora conclusa: la difesa dei tre militari potrà ora ricorrere in Cassazione. «Per noi è una sentenza inaspettata – ha commentato l’avvocato Roberto Russo, uno dei legali che hanno composto il collegio difensivo – soprattutto perché giunge dopo una istruttoria dibattimentale dalla quale era emersa l’assenza di responsabilità. Un vero e proprio ribaltamento se si tiene conto del compendio probatorio che, in primo grado, aveva portato all’assoluzione di tutti gli imputati», hanno commentato le difese degli imputati.