Maurizio De Giovanni: «Le storie appartengono a chi le legge»
Ci sono autori che raccontano storie. E poi ci sono scrittori che, parlando di un libro, finiscono per raccontare il senso stesso della letteratura. È accaduto con Maurizio De Giovanni, protagonista del 150° appuntamento degli Incontri di Valore, la rassegna culturale ideata e diretta da Nicola Ruocco, che ha ospitato lo scrittore in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, Il tempo dell’orologiaio.
Più che una semplice presentazione editoriale, l’incontro si è trasformato in una riflessione sul tempo, sulla lettura e sul rapporto che lega uno scrittore ai suoi personaggi. Un dialogo che ha superato i confini del romanzo per interrogarsi sul valore della narrativa in un’epoca dominata dalla velocità e dall’immediatezza. Non è un caso che proprio Maurizio De Giovanni abbia segnato il traguardo dei centocinquanta ospiti della rassegna.
Considerato tra i più importanti narratori italiani contemporanei, nel corso della sua carriera ha costruito un universo letterario popolato da personaggi entrati stabilmente nell’immaginario collettivo, dal commissario Ricciardi ai Bastardi di Pizzofalcone, fino a Mina Settembre e Sara. Figure che hanno conquistato milioni di lettori e che, grazie alle fortunate trasposizioni televisive, hanno saputo raggiungere un pubblico ancora più ampio, senza perdere quella profondità narrativa che rappresenta uno dei tratti distintivi della sua scrittura.
Un percorso costruito con coerenza, in cui il successo non ha mai modificato il suo modo di intendere il mestiere dello scrittore: raccontare le persone, prima ancora degli eventi. Una produzione letteraria che, pur attraversando generi diversi, ha sempre mantenuto un tratto distintivo: mettere al centro l’umanità dei personaggi, privilegiando le loro fragilità, i conflitti interiori e la complessità delle relazioni rispetto alla semplice risoluzione dell’intreccio narrativo.
È forse questa attenzione per la dimensione umana ad aver reso le sue opere capaci di attraversare il tempo e parlare a lettori di generazioni diverse. Il tempo, del resto, è il filo conduttore dell’ultimo lavoro di De Giovanni. Nel romanzo assume una presenza costante, quasi autonoma, ma per lo scrittore non è tanto il tempo a determinare il destino delle persone quanto l’intreccio delle loro esistenze.
«Il tempo è sicuramente un’entità autonoma, è una convenzione su cui ci mettiamo d’accordo, però ognuno ha la sua storia e le storie delle persone interagiscono fra loro. È inevitabile che la storia di una persona cambi quella di chi le sta vicino. Giocare su questi incroci, su questi intrecci, è alla base della narrativa». Una riflessione che restituisce il senso più profondo della sua poetica.
Nei romanzi di De Giovanni non esistono mai protagonisti completamente isolati: ogni vicenda prende forma attraverso relazioni, incontri e legami che modificano il percorso dei personaggi. In questa prospettiva, il tempo non è soltanto una misura cronologica, ma il luogo in cui le vite si incontrano e cambiano reciprocamente, trasformando ogni storia in un racconto collettivo. L’incontro ha offerto anche l’occasione per riflettere sul ruolo della lettura in un presente sempre più dominato dall’immediatezza.
Di fronte a una società che sembra pretendere risposte rapide e consumare contenuti con la stessa velocità con cui li produce, De Giovanni rifiuta l’idea che allo scrittore debba essere attribuita una funzione educativa o morale. «Io credo che lo scrittore non abbia compiti. Lo scrittore deve raccontare storie». È il lettore, semmai, a completare il processo creativo. Una concezione della letteratura che restituisce centralità a chi legge e alla sua capacità di dare un significato personale alle pagine.
«Un libro letto in un momento della vita e riletto anni dopo dice cose diverse, perché il lettore è creativo. Prende la storia, la porta dentro di sé e fa in modo che produca frutti, che fiorisca. Il processo della scrittura e quello della lettura vedono una doppia presenza creativa: lo scrittore immagina la storia, il lettore la vede». Per De Giovanni è proprio questa la forza unica della letteratura.
A differenza del cinema, del teatro o delle altre arti visive, il libro richiede un coinvolgimento attivo, capace di trasformare il lettore in parte integrante del racconto. «Succede soltanto con i libri. Ci si può emozionare davanti a un film o a uno spettacolo teatrale, ma diventare il personaggio, partecipare emotivamente alla sua vita, accade soltanto nella lettura». È forse proprio questa idea di narrativa, fondata sulla libertà del lettore e sull’autonomia delle storie, a spiegare perché i personaggi nati dalla sua penna abbiano trovato una seconda vita anche sullo schermo, continuando a essere riconosciuti e amati da milioni di spettatori.
Non poteva mancare, infatti, una riflessione sul destino dei protagonisti che hanno reso Maurizio De Giovanni uno degli autori italiani più letti, capaci di attraversare il confine della pagina per approdare al cinema e alla televisione, entrando stabilmente nell’immaginario collettivo. La sua risposta, anche in questo caso, ribalta una convinzione diffusa. «Io non credo che un personaggio appartenga mai all’autore, nemmeno prima di essere scritto. I personaggi sono vivi, hanno una loro esistenza. L’autore è soltanto uno che guarda dalla finestra e racconta quello che vede». Un’affermazione che restituisce l’idea della scrittura come atto di osservazione più che di controllo, quasi un esercizio di ascolto nei confronti di figure che, nella visione dello scrittore, sembrano possedere una vita autonoma ancora prima di arrivare sulla carta.
Nel centocinquantesimo appuntamento degli Incontri di Valore, Maurizio De Giovanni non ha semplicemente presentato un romanzo. Ha offerto al pubblico una riflessione sul significato del raccontare, ricordando come le storie continuino a vivere ben oltre chi le scrive. Perché, in fondo, appartengono soprattutto a chi le legge.

