L’ultimo brindisi di Peppino di Capri: se ne va il signore della melodia e del twist
C’è un’immagine che più di tutte fotografa l’anima di Peppino di Capri, scomparso oggi a 86 anni nella sua Villa Castiglione: un uomo al pianoforte, la giacca impeccabile, gli occhiali scuri e quel sorriso sornione di chi sa sussurrare al cuore della gente.
Se ne va un pezzo monumentale della nostra storia leggera, l’ultimo vero ambasciatore di una Napoli internazionale, capace di traghettare la tradizione melodica oltre i confini del golfo per sposarla con i ritmi del mondo.
Nato Giuseppe Faiella nel luglio del 1939, Peppino non è stato solo un cantante di successo, ma un innovatore radicale, un rivoluzionario gentile. Quando alla fine degli anni Cinquanta si impose sulle scene con i suoi Rockers, l’Italia musicale era ancora ancorata a vecchi schemi formali. Lui, cresciuto a pane e bop americano ma con le radici ben piantate nella canzone classica napoletana, compì il miracolo: prese i classici di Di Giacomo e Bovio e li shakerò con il rock’n’roll, il boogie-woogie e il twist.
Brani come Malatia o Luna caprese cambiarono pelle, diventando moderni, sexy, ballabili. Fu un terremoto culturale che conquistò i giovani della neonata Dolce Vita.
La sua figura è legata indissolubilmente alle estati ruggenti degli anni Sessanta, ai club di Ischia e della sua Capri, ai fumi delle bische e ai sogni dei长 “ragazzi del muretto”. Peppino era la colonna sonora dei primi amori estivi, dei balli guancia a guancia. Ma sarebbe un errore confinarlo alla nostalgia balneare.
Di Capri è stato un gigante da record: quindici partecipazioni al Festival di Sanremo e due vittorie memorabili, nel 1973 con Un grande amore e niente più e nel 1976 con Non lo faccio più. E poi c’è quel dettaglio biografico che da solo vale una leggenda: nel 1965 fu lui, con i suoi Rockers, ad aprire lo storico tour italiano dei Beatles.
Quattro ragazzi di Liverpool e un ragazzo di Capri sullo stesso palco, a dimostrazione di una caratura internazionale che pochi altri potevano vantare. Eppure, nell’immenso canzoniere di un’intera vita, il destino ha voluto che il suo passaporto per l’eternità si intitolasse Champagne.
Lanciata nel 1973, quella ballata malinconica, nata dalla penna di Depsa, Jodice e Di Francia, è diventata un inno generazionale, uno dei brani italiani più cantatie tradotti al mondo. In quel “cameriere, un altro champagne” c’era tutta la poetica di Peppino: la celebrazione dell’amore, la solitudine che si annega nell’eleganza, la dignità del dolore cantata con voce calda e confidenziale. Insieme a Roberta, struggente dedica d’amore alla prima moglie, Champagne incarna il manifesto del suo stile.
Con la sua scomparsa, l’isola azzurra perde il suo custode più fedele e l’Italia un artista che ha saputo invecchiare con una classe immutata, senza mai perdere l’ironia e la voglia di sedersi a quella tastiera che per lui era un’estensione dell’anima. Oggi la musica italiana versa l’ultimo calice per il suo eterno “crooner”. Il tavolo è vuoto, la festa è finita, ma la melodia di Peppino di Capri continuerà a suonare, immortale, finché ci sarà qualcuno che vorrà brindare a un amore perduto o a una notte di luna sul mare.

