Notte di sangue a Torre del Greco, il gip: «Giovani con istinti violenti, sono un allarme sociale»
Torre del Greco. Non una rissa degenerata per caso, ma un’aggressione collettiva alimentata da una violenza gratuita, portata avanti con determinazione fino al tentativo di uccidere un uomo ormai inerme.
È il quadro tracciato dal giudice per le indagini preliminari Emanuela Cozzitorto del tribunale di Torre Annunziata nelle motivazioni dell’ordinanza di custodia cautelare con cui ha disposto il carcere per i sei giovani – tutti d’età compresa tra i 18 anni e i 20 anni – indagati per il tentato omicidio dell’artigiano di corallo di 39 anni accoltellato nella notte tra il 30 e il 31 maggio nel cuore della movida di Torre del Greco.
La ricostruzione da incubo
Le cento pagine del provvedimento cautelare restituiscono una valutazione durissima della condotta contestata agli indagati.
Secondo il gip, infatti, il gruppo avrebbe manifestato una pericolosità tale da rendere inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere. Un giudizio che non si limita alla gravità delle accuse, ma investe la personalità degli indagati e le modalità con cui – secondo la ricostruzione della procura di Torre Annunziata- si sarebbe sviluppata la spedizione punitiva.
Il passaggio più significativo (e inquietante) riguarda proprio la natura della violenza esercitata. Per il gip non si è trattato della «mera e usuale rissa da strada», ma di un’aggressione scaturita dalla volontà di sopraffare la vittima.
Una violenza che – si legge nell’ordinanza – sarebbe stata alimentata da «forti impulsi di ingiustificata violenza e ferocia» e dalla precisa intenzione di fare del male.
Nella ricostruzione contenuta negli atti emerge come il 39enne, dopo essere stato raggiunto dal gruppo, sarebbe stato colpito ripetutamente con pugni, calci e numerose coltellate.
Anche quando era ormai riverso sull’asfalto, incapace di reagire, gli aggressori avrebbero continuato a infierire.
Il gip evidenzia come la vittima non fosse più in grado di opporre alcuna resistenza e come, nonostante ciò, gli indagati abbiano proseguito nell’azione violenta.
Le immagini della videosorveglianza
Particolarmente significativo è il riferimento alle immagini e agli elementi raccolti dagli investigatori, da cui emergerebbe che nessuno dei presenti avrebbe cercato di interrompere l’aggressione o di limitare la violenza.
Al contrario – secondo il gip – il gruppo avrebbe agito in maniera compatta, con ruoli diversi ma accomunati dalla volontà di portare avanti l’azione fino alle sue estreme conseguenze.
Il giudice sottolinea inoltre che l’accoltellamento non si sarebbe esaurito nei primi istanti dell’aggressione. Anche dopo una prima fase caratterizzata da numerosi fendenti, il 39enne sarebbe riuscito ad allontanarsi di qualche metro.
Una volta raggiunto nei pressi di alcuni veicoli in sosta, però, sarebbe stato nuovamente colpito con altre coltellate.
E quando l’aggressione sembrava essersi finalmente conclusa, l’uomo si sarebbe rialzato per cercare di fuggire, venendo ancora una volta raggiunto e colpito.
Per il gip questa sequenza dimostrerebbe una volontà criminale ben precisa. La condotta contestata non sarebbe stata il frutto dell’impeto del momento, ma l’espressione di un’azione proseguita con ostinazione, anche quando la vittima era ormai completamente sopraffatta.
La «condanna» del gip
È da questa ricostruzione che nasce uno dei passaggi più severi dell’ordinanza. Secondo il giudice, i sei giovani sarebbero soggetti «con istinti violenti che generano massimo allarme sociale», capaci di manifestare una pericolosità incompatibile con misure cautelari meno afflittive.
Una definizione che costituisce il fondamento della decisione di escludere gli arresti domiciliari o altre misure alternative.
Per il tribunale, infatti, la brutalità delle modalità esecutive rappresenta un indice concreto del rischio di reiterazione dei reati.
Il gip osserva che la gravità della condotta, unita all’intensità della violenza esercitata e alla totale indifferenza mostrata verso le condizioni della vittima, induce a ritenere concreto il pericolo che episodi analoghi possano ripetersi.
L’ordinanza evidenzia inoltre come gli indagati non abbiano manifestato alcuna esitazione nell’organizzare e portare a termine quella che viene descritta come una vera spedizione punitiva, consumata in un clima di «ingiustificata violenza ed efferatezza».
Una circostanza che, secondo il giudice, dimostrerebbe l’assenza di qualsiasi freno rispetto alle conseguenze delle proprie azioni.
Da qui la conclusione: soltanto la custodia cautelare in carcere viene ritenuta idonea a soddisfare le esigenze cautelari.
Il gip afferma espressamente che ogni altra misura sarebbe insufficiente a contenere il rischio di nuove condotte violente, anche considerando l’assenza di segnali di autocontrollo e la particolare aggressività dimostrata durante l’episodio.
La vittima ai domiciliari
Nelle motivazioni trova spazio anche la posizione del 39enne, destinatario degli arresti domiciliari con l’accusa di avere partecipato alla rissa che avrebbe preceduto il tentato omicidio.
Per il giudice, pur essendo emersi elementi sulla sua partecipazione alla fase iniziale dello scontro, la valutazione sulla sua pericolosità è radicalmente diversa.
L’ordinanza richiama infatti l’episodio contestato all’uomo, evidenziando come la sua condotta si sarebbe limitata a una breve aggressione nei confronti di uno dei giovani coinvolti, senza l’utilizzo di armi e senza una prosecuzione dell’azione.
Una circostanza che – secondo il gip – consente di ritenere sufficienti gli arresti domiciliari, anche alla luce dell’incensuratezza e dell’assenza di elementi tali da far ipotizzare una stabile inclinazione alla violenza.
Due valutazioni profondamente diverse, dunque, che fotografano il convincimento maturato dal giudice: da un lato una condotta ritenuta episodica, dall’altro un’aggressione collettiva caratterizzata da una violenza ritenuta eccezionale, al punto da essere definita un concreto motivo di allarme per la collettività.
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