Il sindaco di Amalfi: «Serve una nuova visione del turismo» IL VIDEO
Daniele Milano, sindaco di Amalfi, oggi il suo ruolo sembra andare oltre i confini di Amalfi. La conferma della delega ANCI al Turismo è il riconoscimento di un percorso iniziato anni fa. Qual è la direzione?
«La direzione è quella di governare il turismo e non subirlo. È un percorso iniziato oltre tre anni fa con la nascita della DMO, la prima in Campania a ottenere il riconoscimento definitivo della Regione. Da quell’esperienza è nata la volontà di confrontarci con altre grandi destinazioni italiane attraverso la Carta di Amalfi, un documento che individua le criticità dei Comuni turistici e propone nuovi strumenti normativi. Le nostre città, infatti, ospitano in spazi ridotti e in tempi concentrati migliaia di visitatori: una condizione che richiede regole e strumenti diversi rispetto agli altri Comuni.»
Nel suo bilancio di mandato emerge soprattutto un metodo amministrativo più che un elenco di opere. È questa l’eredità che vuole lasciare?
«Con la DMO abbiamo introdotto un nuovo modo di guardare al turismo. Per anni le amministrazioni hanno programmato servizi ed eventi dal punto di vista del Comune; noi abbiamo scelto di osservare la città con gli occhi del visitatore. Da qui sono nati l’Info Point aperto tutto l’anno, la segnaletica multilingue, il potenziamento del trasporto urbano anche verso le frazioni e una serie di interventi pensati per distribuire meglio i flussi sul territorio. Questa visione oggi la stiamo condividendo anche con le altre principali destinazioni turistiche italiane.»
Per anni il successo di una destinazione si è misurato con il numero dei turisti. Oggi la sfida sembra essere un’altra: governare i flussi. È cambiato il turismo o il modo di amministrarlo?
«È cambiato soprattutto l’approccio. I numeri, da soli, non bastano. La sfida è distribuire i flussi nell’arco dell’anno e della giornata, incentivando la bassa stagione e gli orari meno congestionati. Non vogliamo respingere nessuno, come spesso viene raccontato. Vogliamo evitare che tutti arrivino nello stesso momento, perché questo compromette la qualità dell’esperienza. È come un ristorante con venti posti che riceve cinquanta clienti contemporaneamente: il problema non sono i clienti, ma la concentrazione. Per questo il tema non è contingentare, ma gestire i flussi in modo intelligente.»
Tra le scelte più discusse del suo mandato c’è stata l’eliminazione del parcheggio dei bus turistici sul Lungomare, rinunciando anche a importanti entrate. Perché?
«Quella decisione è stata il punto di arrivo di un percorso iniziato nel mio primo mandato, quando abbiamo concentrato l’attenzione sul traffico e sulla viabilità della Costiera Amalfitana. Da allora ci siamo fatti promotori anche di una modifica al Codice della Strada per introdurre la ZTL Territoriale, uno strumento pensato per gestire la mobilità su scala comprensoriale. L’eliminazione del parcheggio dei bus è costata al Comune circa un milione e mezzo di euro all’anno, ma ha prodotto benefici evidenti. Fino al 2020 la Costiera era congestionata per oltre duecento giorni l’anno; oggi le criticità si concentrano in una ventina di giornate, quasi sempre legate ai ponti festivi o alle condizioni meteo che impediscono la navigazione dei traghetti.»
La Carta di Amalfi è ormai un punto di riferimento per molte destinazioni turistiche italiane. Qual è la riforma che chiederebbe oggi al Governo?
«Chiederei semplicemente di tradurre in legge i principi contenuti nella Carta di Amalfi. I Comuni turistici non possono essere governati con gli stessi criteri di quelli ordinari: il parametro demografico non basta quando una città ospita, in poche ore, decine di migliaia di visitatori. Servono strumenti normativi adeguati. Un primo risultato è già arrivato: grazie al confronto avviato con i Comuni della Carta di Amalfi, il Decreto Sicurezza consente oggi ai Comuni turistici di assumere un numero maggiore di agenti di Polizia Municipale. Prima, pur disponendo delle risorse economiche necessarie, eravamo vincolati da norme che impedivano di rafforzare gli organici nei periodi di maggiore afflusso.»
L’overtourism è ormai al centro del dibattito. Si tratta di un problema di sostenibilità o di organizzazione?
«Personalmente preferisco non usare il termine “overtourism”, perché spesso viene interpretato come un rifiuto dei turisti, e non è così. Il problema è il sovraffollamento e gli effetti che può produrre sul tessuto sociale, sulla residenzialità e sulle attività economiche. Per questo continuo a parlare di gestione del turismo. L’obiettivo è distribuire i flussi durante tutto l’anno e offrire lo stesso livello di servizi in ogni stagione. Se vogliamo destagionalizzare davvero, una località deve garantire la stessa qualità dell’accoglienza a gennaio come ad agosto. È questa la vera sfida.»
La Costiera Amalfitana ha ottenuto il riconoscimento FAO GIAHS e lei ha promosso il lavoro sui Paesaggi Rurali Storici. Il paesaggio può diventare una nuova infrastruttura di sviluppo? «Sicuramente sì. Il riconoscimento FAO GIAHS della Costiera Amalfitana rappresenta un risultato straordinario perché certifica un modello storico di rapporto tra uomo e ambiente. Le nostre terrazze, i terrazzamenti e le coltivazioni rappresentano un patrimonio costruito nei secoli grazie al lavoro delle comunità locali. Oggi dobbiamo evitare che questo patrimonio venga considerato soltanto un elemento estetico. Il paesaggio è una risorsa economica, culturale e turistica. Per questo abbiamo promosso anche l’Associazione dei Paesaggi Rurali Storici: perché la tutela di questi luoghi deve tradursi in politiche concrete e in opportunità per le nuove generazioni. La sfida è fare in modo che chi vive e lavora in questi territori possa continuare a farlo, perché senza comunità residenti il paesaggio rischia di diventare soltanto una scenografia.»
La Campania possiede alcune delle destinazioni turistiche più importanti al mondo, ma spesso ogni territorio continua a muoversi autonomamente. Serve una strategia comune?
«Credo che il futuro sia necessariamente nella rete. Nessuna destinazione può più pensare di affrontare da sola sfide come la mobilità, la sostenibilità, la promozione internazionale o la gestione dei flussi. La Campania ha un patrimonio straordinario: Napoli, Pompei, la Costiera Amalfitana, le isole, il Cilento. Ma dobbiamo superare la logica dei singoli territori e costruire una proposta più integrata. Il turista internazionale non ragiona secondo i confini amministrativi: sceglie un’esperienza. Sta a noi costruire un sistema capace di collegare patrimoni diversi e complementari.»
In questi anni ha spesso parlato della necessità di reinvestire la ricchezza prodotta dal turismo nei territori. Come si realizza concretamente questo principio?
«Il turismo produce ricchezza, ma questa ricchezza deve tornare nei luoghi che la generano. Significa investire in servizi, infrastrutture, tutela del territorio e qualità della vita dei residenti. Un esempio concreto è quello della tassa di soggiorno: non deve essere considerata una semplice entrata corrente, ma uno strumento per migliorare il sistema turistico. Ad Amalfi abbiamo scelto di utilizzarla per potenziare servizi, decoro urbano, mobilità e accoglienza. Una destinazione è competitiva quando è un luogo migliore per chi la visita, ma soprattutto per chi la abita.»
Lei è considerato un amministratore molto razionale e orientato alla programmazione. C’è stata però una scelta presa più per intuizione che per calcolo?
«L’intuizione più importante è stata quella di mettere attorno allo stesso tavolo le principali destinazioni turistiche italiane. È nata dall’incontro tra metodo e intuizione: avevo la consapevolezza che molte realtà, pur diverse tra loro, condividessero gli stessi problemi. Riunendole, avremmo acquisito una forza negoziale maggiore nei confronti delle istituzioni. Da quell’idea sono nati il Summit e la Carta di Amalfi, che oggi rappresentano un punto di riferimento per i Comuni turistici. Insieme siamo più forti e possiamo affrontare sfide che, da soli, sarebbe molto più difficile risolvere.»
Se tra dieci anni qualcuno dovesse ricordare il suo mandato non per un’opera pubblica, ma per un’idea capace di cambiare il modo di amministrare i territori turistici, quale vorrebbe che fosse? «Vorrei che restasse l’idea che il turismo non è un fenomeno da subire, ma una risorsa da governare. Le destinazioni più belle del mondo devono riuscire a trovare un equilibrio tra accoglienza e tutela, tra sviluppo economico e qualità della vita delle comunità. Se il contributo di questi anni sarà stato quello di aver aperto una riflessione nazionale su come amministrare le città turistiche, sarà già un risultato importante.»
Riesce ancora a vivere Amalfi con gli occhi del cittadino oppure ormai la osserva sempre da sindaco? «È difficile separare i due ruoli. In strada il sindaco incontra ogni giorno persone che affidano all’amministrazione problemi magari piccoli, ma per loro fondamentali. Amalfi vive una doppia dimensione: è una meta turistica internazionale, ma resta una comunità di meno di cinquemila abitanti. Il nostro compito è tenere insieme queste due anime, senza perdere di vista nessuna delle due. In questo mi ha aiutato una squadra che, in undici anni di amministrazione, è rimasta sostanzialmente la stessa: persone di cui mi fido e con le quali condivido un forte legame umano
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